IL CORALLO A LIVORNO
C.Errico M.Montanelli

Per comprendere l’importanza che il corallo ha avuto nella storia e nell’economia della nostra città consiglio ai lettori del PENTAGONO il libro di CLARA ERRICO e MICHELE MONTANELLI: Il Corallo, pesca, commercio e lavorazione a Livorno. Per molto tempo le marinerie italiane per pescare il corallo utilizzarono l’ingegno (engins): “due grandi pezzi di legno incrociati tra loro e appesantiti con una palla di cannone o con un grosso pezzo di piombo. Le quattro parti di questa croce sono guarnite di canape attorcigliate, a ciascun capo vi è una rete in forma di borsa. Questa macchina discende facilmente per mezzo dei pesi e quando si crede che il corallo sia fortemente avviticchiato nei canapi si impiegano cinque, sei uomini per tirare fuori dall’acqua la macchina e distaccare il corallo.” La pesca del corallo si svolgeva da aprile a ottobre con l’utilizzo di almeno dieci feluche (ogni feluca a sette marinai compreso il padrone) che pescavano sempre insieme, unitamente e per questo dette paranze. Inizialmente la pesca era eseguita sulle coste della di Barberia, verso la Galita, ma senza permesso e con il rischio di essere assaliti dai pirati barbareschi. Successivamente la pesca si esercitò nei mari di Corsica e del cagliaritano in Sardegna. Ogni settimana il corallo pescato veniva portato a terra, chiuso in casse ferrate e lasciato in custodia a persone fidate fino al momento della vendita. Il corallo, una volta venduto, veniva poi suddiviso in categoria a seconda delle dimensioni, forma e colore: Branca, Corpo, Mostra, Paccottiglia, barbaresco, Terraglione, Terraglio. La lavorazione del corallo comprendeva diverse fasi, che generalmente si svolgevano in questa successione: Taglio (anche detto smagliatura), Crivellatura, Foratura a passatoio (da parte a parte), Spianatura, Arrotatura o Arrotondatura, Depurazione del colore naturale mediante immersione in un bagno di acqua ossigenata, Lucidatura o lustrata, Assortimento, Infilatura e Brillantatura. Per tutte queste operazioni si rendeva necessaria la seguente manodopera specializzata: il tagliatore, il bucatore, l’attondatore, il lustratore, l’assortitore e l’infilatore, per una parte di questa lavorazioni vi erano anche il faccettore, il brillantatore, l’artista incisore, il lavoratore di lima, il pulitore e il bigiottiere. Un ulteriore sviluppo nell‘industria del corallo venne con la costruzione di bastimenti con caratteristiche tecniche e d’armamento specifiche per la pesca del corallo (scafi specializzati non convertibili ad altri usi). I velai ed i cordai erano continuamente impegnati nella realizzazione di vele ma soprattutto di reti e canapi, così come i bozzellai,i calafati e i remolai. Per Livorno la pesca ed il commercio del corallo (inteso come compravendita di corallo greggio e lavorato) rappresentavano un movimento di danaro considerevole stimato in oltre 200.000 pezze. Nel secolo XVII il corallo fu una delle merci più esportate in India e in questo commercio ebbe il primato la East India Company londinese. Il corallo lavorato era acquistato a Marsiglia, Genova, Firenze e soprattutto a Livorno, trasportato via mare a Londra e da qui caricato sulle navi della compagnia dirette in India. La merce cosiddetta di ritorno era spesso pepe indiano, ma gli ebrei livornesi preferivano utilizzare loro connazionali residenti in Inghilterra piuttosto che la compagnia inglese. Verso la fine del ‘600 alcune famiglie ebree da Livorno emigrarono e si stabilirono a Londra, allo scopo di incrementare il commercio del corallo livornese. Gli Egras, i Supino e i Franco andarono così ad ingrossare le fila di quanti tenevano acceso un così fiorente commercio. I Franco in particolare risultano aver avuto un ruolo piuttosto importante nel commercio del corallo lavorato con l’Inghilterra, dove risiedeva una ramo della famiglia che gestiva l’importazione del prodotto di Livorno. Il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena e la consorte visiteranno la fabbrica dei Franco nel 1766, ricevendo in dono dai negozianti ebrei livornesi Joseph Franco, Joseph Leone e dai fratelli Aghib “alcune rarissime galanterie di corallo”. Un’altra illustre visita è quella disposta il 13 novembre 1783 da Giuseppe II d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero e Re d’Italia, in visita al fratello Pietro Leopoldo, che decide di andare il giorno seguente a Livorno, assieme alla sorella Maria Amalia d’Asburgo-Lorena per visitare la fabbrica di coralli dell’ebreo Coen. L’economia del corallo era così importante che si pensò di istituire delle scuole professionali per formare la manodopera specializzata necessaria alle fabbriche del corallo, furono così coinvolte le pie Case delle Povere Mendicanti e il Refugio. Carlo Santoponte, commerciante di corallo, stipulò un contratto con l’istituto per l’insegnamento del mestiere della lavorazione del corallo: ”è stata aggiunta di recente la scuola del corallo con grande utilità dello stabilimento e delle bambine”. Tornando alle famiglie ebraiche coinvolte nel commercio e manifattura del corallo nel 1769 uno dei membri della famiglia Franco risulta censore della nazione ebrea di Livorno mentre il negoziante Isac Vais Villa Real fabbricante di coralli ricopre la carica di governatore ed inseguito anche quella di massaro. Nell’almanacco di Livorno del 1794 si riportano le fabbriche di corallo cittadine. Vi troviamo quella di Jsach Coen in via Serristori, di Jacob Livoli in via della Scuola, di David Procaccia in via del Pozzetto, di Michele Sinta ai Quattrocanti e quella di Jsach Villareale in via S. Martino.

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