Livorno Mediterranea  
di Maria Lia Papi (volume + Cd rom)

Scorrendo le pagine del libro e del Cd-rom possiamo assistere all’affascinante racconto dello sviluppo del porto di Livorno (grazie soprattutto alle cosiddette Leggi Livornine) ed alla inevitabile comparsa di diverse gravi epidemie di “peste”, intendendo sotto questo nome anche altre malattie epidemiche ad elevata mortalità, dal vaiolo al colera alla febbre gialla. La guerra contro le malattie venne affrontata con una serie di normative sanitarie atte soprattutto a controllare i movimenti e i rapporti con gli altri porti mediterranei e con la costruzione di particolari architetture quali torri e lazzaretti. Nei secoli XVI e XVII non vi fu uno sviluppo sostanziale delle scienze mediche, rimaste praticamente immutate dal Medioevo: le malattie “popolari” cioè a rapida diffusione tra la gente venivano chiamate “epidemiche” se considerate leggere e benigne, mentre si usava il termine “pestilenziali” se erano pericolose e maligne. Le conoscenze terapeutiche del tempo si limitavano a suggerire solo dei rimedi spesso peggiori del male: abbondanti salassi (che indebolivano ulteriormente il fisico dell’ammalato) oppure affollatissime processioni che ovviamente favorivano il contagio e la diffusione della malattia. “Il male contagioso è fra tutti i nemici, quello che si deve temere di più…” Un concetto ben chiaro ai Granduchi di Toscana i quali quando progettarono e costruirono il porto e la città si affrettarono a regolamentare i servizi del nuovo scalo marittimo prevedendo quarantene per le navi, per i loro equipaggi e per le merci da esse trasportate. Anche se non è chiara la data di nascita dell’Ufficio di Sanità, è tuttavia certo che già dal 1582 il porto fosse dotato del lazzaretto mentre un editto granducale, nel 1604, formalizzava l’istituzione anche a Livorno di un organo di prevenzione delle epidemie: il Magistrato di Sanità. Il difficile compito del Magistrato di Sanità livornese (come tutti i suoi consimili Uffici di Sanità presenti nei porti del Mediterraneo) era quello di garantire la difesa del porto e quindi della città dal diffondersi una qualsiasi epidemia. Questo male invisibile, sconosciuto e implacabile, fu affrontato basandosi sulla cultura medica dell’epoca e poco a poco furono così elaborate delle strategie e delle norme sanitarie omogenee la principale delle quali fu senz’altro la “patente di sanità” o “bulletta”: “Si chiama patente Netta quella che è stata data al capitano di un bastimento in uno scalo esente da ogni sospetto di peste. La patente Toccata o sospetta e quella nella quale il console che l’ha data accenna agli avvisi che ha avuti da alcuni porti o paesi vicini al luogo della sua residenza dove il male contagioso si è manifestato, o dall’arrivo nel suo dipartimento di alcuno bastimento proveniente da un altro scalo contaminato. Si chiama infine patente Brutta quella che è stata data ai capitani provenienti da uno scalo dove la peste fa attualmente strage…”

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