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Le navi del '600 nel porto di Livorno

C. Errico M. Montanelli
Posted on 06/04/2011 11:27:35


L'alimentazione a bordo delle Navi del '600 - parte prima


Le annotazioni delle spese sostenute per il vitto sulla nave: S. Francesco, nel viaggio: che andorno per noli in Cicilia, ci permette di capire come si alimentava il suo equipaggio agli inizi del secolo XVII. La nave che avrebbe trasportato sale di Trapani, cuoia, vasellame e ebano, partì da Livorno l’8 maggio 1623, apparentemente già sufficientemente rifornita di derrate, perché il dispensiere, al quale in capitano periodicamente elargiva un cifra variabile per il vitto, aveva acquistato solo due barili di vino. Solo tre giorni dopo però, nel quaderno di bordo era annotato l’acquisto di altre derrate, fatto probabilmente in uno scalo intermedio fra Livorno e Napoli: 30 libbre (una libbra: gr.339,55) di carne salata, 75 lib. di riso, fagioli, un barile e cinque fiaschi d’olio, 20 lib. di marzolini (formaggio) e del pane fresco. In un altro scalo, il giorno 17 maggio acquistavano del biscotto, 8 barili di vino (un barile da 20 fiaschi: litri 45,58) e delle cipolle. Arrivati a Napoli il 30 maggio, il dispensiere comprava dell’altro vino, un barile per la navigazione e dello sfuso da consumarsi immediatamente. Due mesi dopo, il 6 luglio, tornava ad annotare altri acquisti nel porto di Palermo: sei cantara (un cantaro di 150 libbre: kg.50,93) di biscotto e due barili di vino agro, mentre a Trapani, dove la nave si trasferiva il giorno 19 luglio, comprava dell'altro olio, un barile di vino e due barili di tonnina. In seguito, durante il viaggio fra Napoli e Venezia iniziato il 28 agosto dello stesso anno, il dispensiere acquistava nella città partenopea, 14 rotoli di carne salata (un rotolo napoletano: gr., 890,9) nove cantara di biscotto, sei barili di vino, olio e formaggi. Tornata Palermo, la nave si riforniva di altre derrate il 20 settembre: quattordici barili di vino, un barile di tonnina, cipolle e olio, e due giorni dopo a Trapani di altre 40 cantara di biscotto, tre barili di vino, sei caci cavalli, sale, olio, quattro barili di paste alimentari e un barile di tonnina grassa.
Di nuovo a Palermo, prima di ripartire alla volta di Messina, faceva incetta di tre botti d’aceto, carne salata, formaggio, carne e pane freschi.
Infine, nel porto messinese compravano tre barili di paste alimentari, 75 lib. di formaggio, 25 lib. di carne salata e 10 cantara di biscotto.
Pur nell’impossibilità di definire i consumi di bordo, non sapendo il numero dei componenti l’equipaggio della S. Francesco, e se avessero
imbarcato anche dei passeggeri, resta evidente la predominanza nella dieta dei marinai del biscotto, del riso, delle paste alimentari,
della carne salata, del formaggio, della tonnina: tutti alimenti a lunga conservazione, mentre la carne fresca e il pane erano per ovvi motivi
relegati alle brevi soste nei porti, e per i primi giorni dopo la partenza.
Contrariamente a quanto fin qui rilevato, nell’altro quadernuccio di Stefano Vitali scrivano del vascello: S. Antonio, le cui annotazioni contabili coprono il lasso di tempo fra il 14 agosto 1631 e il primo febbraio dell’anno seguente, si rileva la costante presenza nella dieta dell’equipaggio del pane fresco e di verdure, qui genericamente definite: erba, almeno fino a quando il vascello è in porto o alla fonda a Livorno. Solo alla vigilia della partenza, lo scrivano annotava l’acquisto di carne salata, salsicciotti, di un barile di aringhe bianche, tre barili di vino, agli, cipolle e la solita scorta di pane fresco ed erbe. Da segnalare la scorta di esca e zolfanelli, per gestire il fuoco della cucina. Quando la nave arrivava a Trapani si riforniva di 7 cantara di biscotto, tre barili di tonnina, 15 rotoli di cacio cavallo, mosciama (filetto di tonno, ripulito, asciugato, salato e messo a essiccare al sole), cipolle, agli, duecento uova, dodici galline, pane fresco, erbaggi, mandorle per i malati di bordo, e soprattutto acqua fresca, per la quale pagavano 9 lire, la stessa cifra pagata per le uova. In seguito, la cambusa del vascello era rifornita a Malta di pesce e pane fresco, e probabilmente a Tiro in Libano, di una vacca: compera per la gente di bordo, come annotava scrupoloso lo scrivano. Pochi giorni dopo acquistavano un’altra mezza vacca, della carne salata, pane fresco e vino. In occasione di un banchetto che offriva il capitano, spendevano 42 lire in vino, e il giorno seguente, forse per non suscitare il risentimento degli uomini, questo faceva comprare altro vino, della carne fresca e delle galline che offriva all’equipaggio.
L’occasione del festeggiamento sembra sia stata l’acquisto di una nuova nave e nei giorni seguenti i banchetti si susseguivano, senza apparente risparmio per la cassa del capitano, che faceva comprare altro vino, un porco, del pesce, e altra carne fresca. Il vascello si aggregava in seguito a una flottiglia, forse di navi granducali, dalle quali si riforniva di biscotto e altre derrate, mentre a terra compravano legumi secchi secondo le unità di misura locali: 4 chilò1 di ceci a aspis2 75 il chilò pagati 18 lire. Un’altra notazione riporta che il 31 gennaio compravano: ceci due chilò e quattro di fave per 27 lire e il giorno seguente, evidentemente da un altro fornitore: un chilò di fave a lire 36.
Nell’inventario della nave fiamminga da 3000 salme di portata, nominata: S.Pietro Maggiore, del capitano Piero Vambrè, redatto il 13 luglio 1654, fra le numerose annotazioni relative a tutti gli attrezzi di corredo del bastimento, ci sono anche quelle di pertinenza del cuoco di bordo.
Le derrate presenti erano solo: libbre 2000 di pesce sotto sale, 11 barili pieni da carne salata, 13 barili di civaie diverse, mezzo barile di sale, probabilmente perché la nave era in disarmo o non si prevedeva un partenza a breve. Sono peraltro interessanti le note che riguardano gli attrezzi di pertinenza della cucina.
La batteria di strumenti era composta da: tre caldari grandi di rame, con il loro coperchio di rame, due calderotti d’ottone, un calderone di bronzo, un tegame di rame, due tegami per il grasso, una padella per smaltire burro, una padella di rame per friggere, una graticola, un padella di ferro, una mestola da schiumare, due forchette di ferro, una pentola per il sego, un imbuto, 20 piatti di legno fra scodelle e piatti, tre piccole di ferro, una mezza di ferro, una tanaglia da fuoco, due catene per il caldaro di ferro sottili, mentre le scorte di contenitori erano composte da: 28 barili vuoti, 38 botti vuote per acqua, una botte per beveraggio, un terzo di barile da aceto, tre sacchi vuoti da biscotto.
Completavano la dotazione: tre lucerne per la coperta, nove buglioli da lavare le coperte, fra buoni e cattivi e tre buglioli per lavare la roba dei marinai.
Questo elenco indica che nella cucina di bordo la cottura dei cibi avveniva sia per frittura con grassi animali e vegetali, che per bollitura o arrostimento su graticola.
Abbiamo fin qui parlato di naviglio mercantile, che generalmente aveva equipaggi composti da poche decine di uomini, mentre sulle navi militari, come le galere granducali, dove prendevano posto fra marinai, soldati e rematori, almeno 350 uomini su ogni galera, il consumo alimentare era notevole, anche se la dieta non differiva di molto da quella delle navi mercantili.
In occasione dell’operazione periodica di spalmare le carene delle galere con la pece per impermeabilizzarle prima della nuova stagione di
navigazione, a Livorno si provvedeva di caricare sulle stesse le scorte di vino, olio e aceto, perché, come sosteneva l’incaricato:
non danno noia allo spalmare, mentre le provvisioni e scorte di biscotto e altre cibarie, si aspettava a caricarle quando lo scafo fosse di
nuovo in linea d’acqua e non più coricato su un lato per consentire l’operazione della spalmatura.
Come specifica poco dopo il commissario delle galere Domenico Simoni, le quantità di derrate caricate sulle galere erano: biscotto, cantara 1943,(lib.291.000) vino barili 570, carne salata lib.13.200, formaggio, lib.13.300, sardine barili 120, tonnina barili 77, riso lib.7500, civaie3 di più sorte staia 55, fave staia 255, olio barili 80, aceto barili 80, sale lib.5700, oltre a 700 candele di sego. Queste derrate furono caricate su quattro galere: la Capitana, la Padrona, la Santa Maria e la San Giuseppe, equamente suddivise e con l’ordine di utilizzarle per l’alimentazione degli equipaggi con il seguente calendario: la domenica, il martedì e il giovedì si dia carne salata, il lunedì e il sabato il formaggio, il mercoledì la tonnina e il venerdì le sardine. Questo calendario della mensa non era gradito a tutti, e in particolare al capitano della Santa Maria che si risentiva con il provveditore, dicendo che: questi ordini della distribuzione de viveri toccano a fare alle galere del Papa, che comandano quando s’à a mangiar carne e quando no, mentre nella marina granducale gli equipaggi: vivono a discrezione e senza regola nessuna. Prevaleva però la regola imposta dal buon senso, e soprattutto voluta dal granduca, al quale stava a cuore che le sue navi non patissero penuria di qualche alimento, specie durante le traversate, quando era impossibile rifornirsi a terra di viveri freschi. D'altronde, dal momento che le galere granducali solevano navigare lungo costa, proprio per pattugliare e prevenire le scorrerie dei pirati barbareschi, i loro equipaggi mai ebbero a patire di quelle malattie da carenza alimentare e vitaminica, come il terribile scorbuto, che invece colpiva spesso gli equipaggi delle navi commerciali oceaniche.
Questa grossa quantità di derrate, indispensabile per una lunga navigazione, metteva però in difficoltà gli stivatori che dovevano trovare lo spazio per riporla sulle sottili galere già sovraccariche di persone, armi e bagagli. Le derrate, compatibilmente con l’esigenza di riporle protette dalle intemperie e dall’acqua, erano riposte nel pagliolo, nello scandelaro4, in camera di mezzo, sotto le vele, in corsia, e a prua di ciascuna galera. In quanto alla cucina, detta: focone, era allestita sulla corsia di sinistra, a poppavia, fra l’ottavo e il decimo banco di voga, e consisteva in uno spazio di circa due metri nel quale era alloggiato un fornello di ferro e terra refrattaria, che svolgeva una duplice funzione: la cottura del rancio per l’equipaggio, quando le condizioni del mare o la situazione strategica lo consentiva, e di notte, come braciere per riscaldare gli uomini che dormivano sulla tolda, quando la galera era ricoperta da un grande telone, e se necessario da una controtenda di lana.


NOTE:


-1- chilò turco: unità di misura per aridi pari a litri 36,003, comunemente utilizzata nel porto di Tripoli di Barberia, mutuata dal termine turco chile i-à chary, che è sinonimo di ettolitro.


-2- Aspis: aspri: un sottomultiplo della moneta tunisina: carrube.


-3- Civaie: termine che indica le leguminose da granella. Le civaie sono specie appartenenti alla famiglia delle Fabacee e sono coltivate per il seme proteico impiegato nell’alimentazione umana. Le specie maggiormente diffuse in Italia sono: Fagiolo, Pisello, Cece, Fava, Lenticchia. Diffuse anche Cicerchia, Lupino e Favino.


-4- Scandelaro: camera della galera ricoperta di stuoie.


Alberi, vele e atrrazzi sulle navi del '600 - parte seconda


Dopo gli inventari delle derrate alimentari per il vitto dei naviganti, ci sembra interessante parlare anche degli: attrazzi che formavano l’equipaggiamento delle imbarcazioni utilizzate nei secoli XVI e XVII nel mare toscano. In questo caso, ci avvaliamo di alcuni inventari redatti in occasione della vendita di imbarcazioni di vario tipo e con diversa destinazione d’uso, ma pur sempre legate alla marineria e al contesto labronico. Appare subito chiaro che la struttura portante della imbarcazione, ossia lo scafo, era valutato contestualmente a tutte le altre parti mobili che componevano l’equipaggiamento, ritenendo che l’uno era indiscindibile dal resto degli attrazzi, e che si doveva vendere il tutto contestualmente.
Il primo inventario è relativo alla barca di Giovanni Battista Capponi di Firenze, padroneggiata da mastro Piero di Lazzaro, e risale al 21 luglio 1590. L’imbarcazione è stata comprata a Genova e si chiama: Santa Maria buona Ventura: Lo scafo con suo timone e diagio, due arbori: maestra e trinchetto con antenne, la sarchia a l’arboro con suo tagliame, due fiochi di mezzana e di trinchetto con sue taglie, tutta la sarchia da veleggiare, due vele: maestra e trinchetto, tre ferri da dare a fondo, tre cavi di canapa buoni, una gumina per tirare la barca in terra, uno resto d’erba novo, tre ulivani, quattro pezzi di tende da poppa, sino all’arboro, cioè due line e dua lane usate, tre remi grandi da vogare in barca, uno caldaro e uno padellino, una accetta, una pala e una zappa, uno mortaio, una lanterna e uno scarpello, una bussola e uno bugliolo, uno schiffo con quattro para di remi, dua taglie per tirare la barca in terra, due porome e una destra, undici parati, dua barile, una da acqua e una da vino. Firma l’inventario Bastiano Petrochi in Rio nell’Elba.
Altro inventario di barca, nominata: Santo Jacopo, comprata da Alfonso Costa corso e da suo cugino Jacopo Santo, dai magonieri Giò Batta Capponi e soci di Firenze, fatto fare dal Petrochi sempre a Rio nell’Elba il 24 luglio 1592: Lo scafo con suo timone, arbori e antenne, e sue vele e sarchia da veleggiare appartenente al suo uso, tre ferri da dare fondo alla barca, una gumina e uno prodese, due sartine usate, uno resto d’erba e uno libano, due barili da acqua, due buglioli, un quartaruolo da vino, una pala di ferro e una zappa medesima, un mortaio di marmo e suo pestello, un caldaro e una padellina, due boccali e uno da olio, una lanterna, una grigiola e una bussola, e campane, uno schiffo e quattro para di remi, lo stoviglliame, una segha e due trivelle, due accette vecchie, la tenda lana, una zappa anzi raspa.
Alla spartana dotazione di questa piccola barca, utilizzata come la precedente per il trasporto del minerale di ferro dall’Elba al continente,
si contrappone l’altro più ricco e complesso inventario stilato il 10 febbraio 1643 a Livorno fra Cammillo Tei e Girolamo Bueri, ambedue mercanti di Livorno, in occasione della stipula del contratto di vendita della quarta parte di un brigantino mercantile nominato: S.Antonino, varato nel mese di settembre del 1642.
Il bastimento è: alborato, con alberi trinchetto e maestro, antenna maestra et treguo (vela maestra), corredato con tutti l’infrascritti atrasi per la navigazione: vela, trinchetto, maestra, treguo nuovo per la navigazione, un paro tende di albagio nuovo, un paro tende di canovaccio nuovo, un cavo d’ottanta passi, di peso lib. 420, un cavo nuovo compro a Nizza di passi sessanta, di peso lib.210, un cavo piano, peso lib.150, un cavo per il ferro di passi quaranta, pesa lib.110, due pelocci di fiumara con un altro pelaccio piccolo da tirare a braccia, in tutto pesano lib.380, il tutto nuovo. Tre ferri per detto, a perfezione del vascello, diciotto remi per detto vascello. L’armamento di bordo comprende: tredici moschetti, sei bandoliere, dua fucili per caccia, 70 lib. polvere, dieci spadoni, 50 lib. palle da moschetto, dieci lib. miccia, un petriere di bronzo, due mascoli, uno di bronzo l’altro di ferro. Gli altri attrazzi sono: due quartaroli per vino, sei barili d’acqua, una cerata per quartiere, un parago da tenda, un caldaro di bronzo, altro di rame, padella di rame, una graticola con altre cose necessarie per detto vascello, tre piccozze, otto ascie, sei verrine di più sorte, una sega, scalpelli con altre cose necessarie. Uno schifo con sei remi, nuovo conforme il vascello. La quota corrispondente al quarto di valore del vascello e pagata dall’acquirente è di 250 pezze da otto reali.
L’altro inventario degli attrezzi della nave nominata: la Santissima Nonziata e S. Jacinto, del capitano Antonio Piacentino, fatto il 7 aprile 1649, indica che questa ha: quattro alberi con loro atttrazzi, è armata con: dodici cannoni di ferro, diciotto moschetti con sua bandoliere e micce, tre barili di polvere, otto butta guanti (?), 25 guarda scartocci di legno, cento palle di più sorte di ferro da cannone, sei granate, sei cerchioni da cannoni, quattro corni, ed ha di attrezzatura e corredo: quattro ancore, una ancoretta, una agumina grossa nuova incatramata, una detta un poco usata, due dette più usate ,una aguminetta sottile usata, due cavi piani vecchi, nove vele per uso di detta nave, quattro botte per acqua, due botte per il vino, un quartarolo per detto, un argano, due trombe per aggottare l’acqua, un caicco (scialuppa di servizio) con sua attrazzi, otto barili da acqua, due seghe, due martelli, un piè di porco, un tavolino d’albero, trenta angioli, due pignatte da fuoco, dieci butta fuochi, dieci libbre di chiodi, quattro caracolli, otto lanate, una giara da olio, un caldaro grande, una padella, un focone, un caldaro piccolo, un trepiedi, una cucchiara da padella, una detta da paiolo, uno spiedo, una caldara da pece, un mezzo barile di pece.
Appare evidente anche in questo caso, la spartana dotazione di strumenti da cucina e di attrezzi da carpenteria, ridotti all’essenziale per non occupare spazio prezioso su una nave mercantile, mentre l’armamento è adeguato al rischio di attacchi da parte di pirati barbareschi e corsari prezzolati da altre potenze ai quali opporre una strenua difesa della propria vita e delle merci trasportate.
Infine, i periti eletti il 28 febbraio 1652 in Livorno, per la stima e vendita del petaccio nominato: Sant’Anna, di proprietà di diversi personaggi uniti in società d’armatori, e comandato dal capitano Francesco Franceschetti, elencano i: sua arbori, antenne e tutto quello si appartiene al guscio di detto vascello e visto ancora e ben considerato le sotto scritte robbe, a primo: dua parocchetti di cotonina di tombata br. 14 e di fersi br.14; due trinchetti, cioè uno di olona, altro di cotonina, una rinata e una contro rinata, dua velle di maestro di cotonina, tre vele di gabia cioè due di cotonina e una di stamito, dua bonette di maestra e trinchetto. L’armamento comprende: quattro cannoni di fero con li sua paranchini, quindici moschetti, dodici bandolere, dodici baston ferrati, otto guarda spertuci di latta, due piedi porco di ferro, 30 libbre di palle di moschetto, 303 lib. di polvere, dodici botta fochi, nove polverini, 5 palle di cannone, cinque palle angeli (collegate fra loro con catene) tre petrieri di bronzo, con n° sei mascoli e cinque cugni di fero.
L’attrezzatura di bordo invece: dua ancore grosse e dua piccole; dua bandiere con le sue pavesate rosse, dua gumine di passi 75 l’una con
sua cavi da veleggiare, una caldara, una padella, tre fanali, dua altri pezzi di gumina con li quali al presente si trova ormegiata.
La stima degli attrezzi è fissata dai periti in pezze 1849 da otto reali.
Gli addetti al lavori e gli specialisti troveranno in questi inventari numerosi termini ormai desueti e sostituiti nella nomenclatura
marinaresca da altri che definiscono altre e nuove tipologie di manovre e di alberature, ma anche molti che tuttora, a distanza
di quattro secoli, continuano ad essere correntemente usati.



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