LA STORIA >>    CHI SIAMO >>    Home-Page >>    SCRIVICI >>


Torna alla prima pagina << Vai al precedente :: Vai al successivo >>

Il MERCATO delle VETTOVAGLIE

S. Ceccarini
Posted on 06/02/2011 21:34:16



In epoca medievale, quando Livorno era castello – scrive Giuseppe Piombanti nella sua guida storica ed artistica – tenevasi il mercato dei viveri nelle antiche sue piazzette, e poi particolarmente in quella ora detta “del Villano”, la quale per ciò ebbe il nome di “piazza dei cavoli” e di “pescheria vecchia”.1 In seguito, con la fondazione della città medicea, il mercato si tenne sotto le logge della Piazza d’Arme. Trattandosi di una collocazione poco funzionale, nel 1634 l’ingegner Cantagallina ebbe l’ordine di ridurre a mercato la piazza oggi intitolata a Felice Cavallotti, che assunse pertanto la denominazione di Piazza delle Erbe. Al centro della stessa fu innalzato un loggiato a forma di croce che divise l’area in quattro sezioni distinte, destinate rispettivamente alla vendita delle verdure, del pesce, delle uova e del pollame. Sotto la tettoia si vendeva la carne, mentre le altre vettovaglie trovavano spazio nelle aree circostanti.
Nella seconda metà del Settecento la piazza fu ristrutturata, ma con il successivo ampliamento della città divenne insufficiente per soddisfare le esigenze della crescente popolazione, che dai 32.500 abitanti del 1745 passò agli 80.000 residenti del 1845. Il punto di svolta si ebbe nel 1776, quando il granduca Pietro Leopoldo abolì il divieto di costruire entro le servitù militari poste all’esterno del Fosso Reale. La conseguente alienazione dei terreni ebbe, almeno inizialmente, dimensioni contenute, ma con la Restaurazione l’attività edilizia si intensificò e la città fu investita da una serie di progetti per edifici di pubblica utilità. In questo contesto, nella prima metà del XIX secolo, fu decretato l’abbattimento dei bastioni meridionali che ancora delimitavano il perimetro del centro cittadino. L’intervento, elaborato dall’architetto Luigi Bettarini tra il 1838 ed il 1845, determinò la colmata delle anse del Fosso Reale, mentre il terrapieno delle fortificazioni fu spianato per essere condotto a livello delle strade circostanti.2 Nelle aree edificabili ottenute lungo il fosso rettificato fu inserito un ampio lotto destinato ad ospitare il mercato cittadino, per il quale, verso la fine degli anni quaranta, l’architetto fiorentino Giuseppe Martelli presentò un grandioso progetto. La proposta di Martelli riprendeva, per certi versi, il gigantismo utopico del progetto di Luigi de Cambray Digny per il nuovo ospedale di Livorno: si trattava di un edificio lungo duecento metri e alto quaranta, con strade e cortili interni, caratterizzato da estesi porticati e da una pianta che riprendeva grossomodo le forme della vicina Piazza dei Granduchi (attuale Piazza della Repubblica).
Tuttavia, a causa dei problemi politici ed economici legati all’invasione austriaca del 1849, il piano non trovò attuazione e intorno al 1850 si preferì prendere in considerazione l’ipotesi di costruire una struttura coperta al centro dell’antica Piazza delle Erbe, affidandone il progetto a Giuseppe Cappellini. Il disegno prevedeva la realizzazione di un edificio piuttosto spartano, a pianta quadrata ed articolato mediante ampi loggiati impostati su campate modulari. Per limitare i disagi che il cantiere del nuovo fabbricato avrebbe arrecato alla popolazione, Cappellini propose di aprire una sede distaccata del mercato presso Piazza Rangoni (attuale Piazza Garibaldi), che anche in seguito avrebbe potuto servire i quartieri settentrionali della città. Per questo progetto l’architetto prospettò la costruzione di due bracci disposti a delimitazione della piazza, al cui interno dovevano essere collocati i banchi dei venditori. Anche in questo caso, entrambe le proposte furono scartate a causa delle ristrettezze economiche dell’amministrazione.
L’esigenza di dotare la città di un mercato coperto moderno e funzionale si ebbe solo dopo l’Unità d’Italia, quando il sindaco Nicola Costella, riprendendo alcune indicazioni delle precedenti amministrazioni, mise in programma la costruzione di diverse opere di pubblica utilità attraverso una pianificazione attuata su basi scientifiche. Le vicende legate al nuovo mercato risalgono al 1886, quando fu emanato il bando di gara per un concorso pubblico; ciò nonostante, il solo disegno presentato, firmato dall’ingegner Talete Calderai, non fu ritenuto idoneo e la proposta fu scartata. Pertanto, nel 1889 fu richiesto l’intervento dell’ingegnere comunale Angiolo Badaloni (1849-1920), il cui progetto risultò finalmente confacente alle richieste dell’amministrazione. Il sito prescelto per la costruzione, lungo il fosso circondario, rispecchiava sostanzialmente le indicazioni fornite da Bettarini mezzo secolo prima. Si trattava un’area prossima alla Piazza delle Erbe, facilmente accessibile sia dalla vecchia che dalla nuova città; una passerella in ferro e legno sul Fosso Reale avrebbe garantito il collegamento tra il mercato ed i quartieri sorti lungo la linea della guglie. Vale la pena soffermarsi sulle peculiarità del progetto, nel quale furono riprese le disposizioni di altri mercati dell’epoca costruiti in altre città: chiusura continua del fabbricato, senza altri accessi e un determinato numero di porte; la concentrazione del commercio all’interno, senza alcuna installazione all’esterno, la costruzione delle cantine sotto il mercato per la conservazione delle derrate; l’illuminazione dell’interno da farsi, per quanto è possibile, con aperture verticali e non per mezzo di tettoje o lucernari sul tetto.3 Badaloni inserì l’edificio all’interno di un lotto di forma irregolare, occupandolo interamente e suddividendo lo spazio interno in tre saloni di diverse dimensioni: quello centrale, rivolto sugli Scali Aurelio Saffi, e i due padiglioni sul fronte prospiciente Via Buontalenti. Su tutti, una volta ultimato, avrebbe dominato il salone centrale, lungo 95 metri, largo 26 ed altro 35, la cui articolazione interna venne risolta mediante pilastri coronati da finestre a lunetta semicircolare e, più in alto, da ariose aperture vetrate. Lungo la cortina muraria dei padiglioni furono predisposte numerose botteghe: è opportuno segnalare che Badaloni fece opportunamente variare la loro profondità per mitigare la forma irregolare del lotto e per garantire la simmetria del salone principale. La configurazione esterna doveva riflettere quella interna, con le grandi tettoie sovrapposte e la cortina muraria alleggerita grazie all’impiego di alti finestroni a tutto sesto, disposti su due livelli e intervallati, sulle facciate di rappresentanza, da pilastri e alte colonne; ai lati dell’ingresso principale, situato verso fosso circondario, furono innalzate due coppie di colonne binate sormontate da un massiccio attico. Un alto basamento in pietra aveva il compito di compensare le differenze di quota tra il fabbricato e le strade circostanti. Inoltre, al piano interrato era prevista la realizzazione di vasti magazzini, facilmente accessibili tramite comode rampe e per mezzo di un androne lungo il Fosso Reale.
La tecnica costruttiva del complesso faceva proprie, almeno in parte, le soluzioni progettuali emerse nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi del 1889. Era prevista l’adozione di una struttura mista, con pareti in muratura e padiglioni caratterizzati da una copertura sorretta da travi metalliche prodotte nell’officina dei fratelli Gambaro; rispetto ad un mercato interamente in ferro, la presenza di spessi setti murari avrebbe garantito un maggiore isolamento termico, assicurando migliori condizioni igieniche all’interno dell’edificio. La struttura mista non era comunque una novità assoluta. Pur essendo una soluzione alquanto inusuale nel panorama italiano, alcuni importanti edifici di questa tipologia erano sorti anche a Livorno nella prima metà del XIX secolo: verso la fine degli anni trenta Carlo Reishammer aveva eretto i varchi doganali della cinta daziaria accostando, alla muratura tradizionale, innovativi elementi in ghisa, mentre nel 1847 era stato inaugurato il Teatro Leopoldo (poi Goldoni), la cui sala maggiore disponeva di una lanterna vetrata sostenuta da travature in ferro. In ogni caso, al momento dell’inaugurazione, la grande tettoia del mercato divenne il punto più alto raggiunto dall’architettura del ferro e del vetro a Livorno. Le attenzioni progettuali di Badaloni si concentrarono anche sugli aspetti prettamente tecnici, quali il sistema di scorrimento delle acque di lavaggio per la pulizia del salone di vendita, l’impianto fognario e quello di illuminazione a gas.
Il cantiere fu aperto nel marzo del 1890 con la costruzione delle cantine e della galleria di collegamento con il Fosso Reale; successivamente fu innalzata la parte superiore, i cui lavori richiesero un notevole impegno, soprattutto per quanto concerne la posa in opera della copertura in ferro, le cui capriate furono impreziosite da elementi decorativi raffiguranti foglie stilizzate. Altre decorazioni furono affidate al professor Lorenzo Gori, che scolpì le otto cariatidi poste rispettivamente ai lati dei due ingressi del salone centrale. I lavori si conclusero rapidamente e l’edificio fu aperto il primo marzo 1894. Il pubblico presente all’inaugurazione si trovò dinnanzi ad un’opera solenne, in cui riecheggiavano le forme delle basiliche civili dell’antica Roma, rielaborate però in uno stile eclettico caratterizzato da particolari riconducibili al gusto floreale.
Le dimensioni apparvero subito imponenti, tanto che, nel 1902, al secondo piano del fabbricato trovò sede anche la “Scuola Commerciale”. Tuttavia parte dell’opinione pubblica giudicò l’opera troppo grandiosa per la funzione che doveva svolgere, così come testimoniato dal giudizio del canonico Piombanti, secondo il quale, considerato lo scopo per cui doveva servire, poteva farsi con molto minore spesa e minor danno dell’amministrazione comunale.4
In realtà, nelle intenzioni dell’amministrazione, la realizzazione di un edificio di tale portata, all’epoca di una congiuntura economica poco favorevole, era indispensabile per rinnovare il prestigio della città; in proposito, è doveroso ricordare che l’ultimo scorcio dell’Ottocento coincise con l’inaugurazione di numerose opere di pubblica utilità, quali i macelli all’interno del Forte San Pietro, le scuole Micheli e Benci, nonché con l’ampliamento della cinta daziaria verso sud. In altre parole, le iniziative promosse dal Comune dovevano favorire il rinnovamento dell’immagine di Livorno, riallacciando la città ad un contesto internazionale che, con l’Unità d’Italia, sembrava essere venuto meno. Non è un caso, del resto, che all’inizio del Novecento numerose cartoline riproducenti gli angoli più caratteristici di Livorno fossero incentrate attorno alla mole del “Nuovo Mercato delle Vettovaglie”: il classico scorcio del Fosso Reale, con la chiesa degli Olandesi (1864) e le scuole Benci (sempre di Badaloni) sul lato meridionale e il teatro Politeama (1878), la fabbrica del ghiaccio e il mercato sul lato opposto, può essere interpretato come una chiara allusione ad una città moderna, culturalmente viva e fondata su solide basi economiche.
Una veduta, quella descritta, che ad oggi risulta notevolmente compromessa: le cicatrici causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, che provocarono danni ingenti anche al mercato, il successivo abbattimento del Politeama, nonché la fatiscenza della chiesa degli Olandesi e dell’antistante Fosso Reale, hanno determinato la decadenza generale di questa area, le cui potenzialità, allo stato attuale, risultano quasi del tutto inespresse. Lungo la Via Buontalenti, dove insiste il mercato ambulante, la situazione non è certo migliore e quella che potrebbe essere trasformata in una sorta di piazza coperta, su più livelli, secondo il modello del Forum des Halles parigino,5 si presenta, invece, come una zona caotica e degradata. Ne consegue l’urgente necessità di predisporre un piano che punti alla completa riorganizzazione dei servizi, alla cura dell’arredo urbano e alla salvaguardia delle strutture monumentali presenti nell’area del mercato; tuttavia, è facile intuire che solo una visione di recupero complessiva, ispirata a quei principi lungimiranti che Badaloni adottò per la costruzione del Mercato delle Vettovaglie e forte di una sinergia tra enti pubblici e privati (che tuteli comunque l’interesse pubblico), potrà valorizzare degnamente l’intero quartiere senza snaturarne la vocazione commerciale, proiettando, al contempo, l’immagine della città nel XXI secolo.




Back to Top stefanoceccarini@libero.it art.n°-72