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Il VILLANO statua e piazza

M. Paffetti
Posted on 02/05/2011 13:50:33


Il VILLANO statua e piazza



La Piazza del Villano si trovava tra le vie Fiume (già via del Giardino) e via Tellini. Precedentemente si chiamava p.zza dei Cavoli e successivamente p.zza della Pescheria vecchia: vi era un loggiato dove si vendeva il pesce e c’era una sorta di mercato, c’era pure il “giuoco della palla a corda” e quello del “trucco”.


Inizialmente la piazza non aveva uno sbocco sulla darsena, l’apertura fu poi realizzata per ragioni igieniche.


Per dare un attestato di riconoscenza ai valorosi villici livornesi che avevano difeso il Castello di Livorno assediato dall'Imperatore Massimiliano nel novembre del 1496, la Repubblica Fiorentina ordinò che sulla piazza della pescheria vecchia, che fu poi detta del Villano, fosse innalzata una fontana con sopra una statua rappresentante un giovane contadino appoggiato ad un bastone con ai piedi un cane, simbolo di fedeltà. La statua, assai pregevole, era di pietra di macigno ed era stata scolpita da Romolo del Tadda.
Giovanni Wiquel nel Dizionario di persone e cose livornesi così scrive: ”Nel 1873 la fontana era ancora dove fu originariamente messa ma senza la statua che, danneggiata, fu tolta, ma non si sa quando;. nella Pinacoteca Comunale vi è un quadro che ci serba l'immagine dell'antica statua”.
Nel 1956, ricorrendo il 350° anniversario della elevazione di Livorno al rango di città (19 marzo 1606), l’Amministrazione Comunale deliberò che fosse realizzata una nuova statua del “Villano” e del suo fedele cane. L’incarico fu affidato agli artisti Vitaliano De Angelis e Giulio Guíggi, i quali, ispirandosi all’opera originale, realizzarono l’attuale statua del Villano.
Ecco la descrizione, assai critica, di Giovanni Wiquel:
Desiderata da lungo tempo, per iniziativa dell'Amministrazione è venuta finalmente ad abbellire una piazza della città: il monumento è opera degli artisti Vitaliano De Angelis e Giulio Guíggi che si ispirarono alla primitiva. Su questo monumento furono rilevati alcuni errori. Il primo, di carattere storico, perché la statua doveva essere posta nello stesso punto della prima, o vicinissima, in fondo a Via Fiume, ove fu il bastione del Villano e non nel largo Rosselli, dove fu il mediceo Bastione del Mulino a Vento. Il secondo è invece di natura estetica per la evidente sproporzione tra la statua e la base. II terzo errore, facilmente rimediabile, è di natura didascalica, in quanto manca un'epigrafe che spieghi il significato della statua e l'evento al quale si riferisce, che fu un avvenimento tra i più importanti della storia della nostra città”. L’Assedio al Castello di Livorno e la battaglia del 14 novembre 1496 vengono così descritti dal
Piombanti nella Guida storica ed artistica della città di Livorno e dintorni: “Carlo VIII re di Francia venne in Italia con un esercito, nel 1494, per la conquista del reame di Napoli, che pretendeva gli appartenesse.
Entrato in Toscana, Pietro de' Medici, capo della repubblica di Firenze, andò ad incontrarlo ambasciatore di pace; di proprio arbitrio gli cedè vilmente Pisa e Livorno con altre fortezze, a patto che restituisse, compita l'impresa di Napoli ; e i Francesi ai 24 novembre dell'anno stesso presero possesso del nostro castello.
Tornato il re in Francia, Firenze riebbe Livorno, pagando una somma al comandante francese; ma non poté aver Pisa, perchè lo stesso avido comandante per 12.000 scudi la consegnò ai Pisani. I quali, di fronte all'ira della fiorentina repubblica, chiesero aiuto alla lega, che si era formata contro re Carlo, a capo della quale stava Massimiliano I imperatore di Germania.
La lega, dichiarata guerra a Firenze, volle toglierle in primo luogo Livorno, ben sapendo quanto essa sel teneva carissimo. Firenze infatti aveva già fatto risarcire e fortificar le sue mura ed inalzare un bastione presso la rocca vecchia. Vedendosi ora venire addosso questa tempesta, scrisse per soccorso al re di FranCIa, mandò a Livorno rinforzi d'uomini con viveri e munizioni, e ordinò al commissario Andrea di Piero dei Pazzi che, difendesse intrepidamente il castello e alla repubblica lo conservasse. Questi munì tutti i punti con somma diligenza, e chiamò a Livorno buon numero di contadini, cui affidò la difesa del bastione. Alla metà d'ottobre 1496, Massimiliano con 7.000 uomini era a Pisa. Verso la fine dello stesso mese i nemici investivano Livorno dalla parte di terra, e da quella di mare lo bloccavano con una ventina di navi.

Il commissario e i difensori del castello, molto inferiori di numero, non si smarrirono, anzi, invocato l'aiuto del cielo, ebbero fede di poterli battere e vincere.
Pioggie dirotte impedirono per alcuni giorni agli assedianti di accostarsi al castello. Dopo le quali un primo ed un secondo assalto furono valorosamente respinti. L'armata intanto batteva Livorno e le torri di Porto pisano, tentando nello stesso tempo uno sbarco; ma il vigoroso fuoco della rocca nuova e del Marzocco, e il forte libeccio che si era levato, ne la tenevano lontana.
In questo tempo comparve la tanto desiderata; flottiglia francese, di otto navi, che portava a Livorno soldati, munizioni e viveri.
La quale ben diretta e spinta dal vento favorevole, poté entrare felicemente in porto, mentre agli sforzi delle navi nemiche non fu dato che catturarne una.
Quindi il commissario ordinò una generale sortita. Pieni i soldati di guerresco ardore, assalirono furiosamente i nemici gridando: Viva Marzocco, s. Giovanni, s. Giovanni ! In breve li sgominarono, furono per impossessarsi delle loro artiglierie, e Massimiliano stesso corse pericolo della vita.
Stanchi in fine per si fiero combattimento contro un numero troppo grande di nemici, in buon ordine si ritirarono. Indignato l'imperatore della ostinata resistenza, dette ordine che tutte le milizie assalissero il castello, mentre nello stesso tempo le navi lo avrebbero dal mare battuto.
Più ore Livorno fu il bersaglio di un fuoco terribile; ma i difensori superaron se stessi, e resero vani i più violenti sforzi dei nemici.
Era giunta intanto la notte precedente al 14 novembre, quando il libeccio, come avesse voluto por termine alla lotta disuguale, si rileva violento, spaventoso.
Mugghia il mare, i cavalloni giganteggiano, l'armata dei nemici viene sbaragliata. Alcune navi furon gettate a traverso; le rimaste, mezzo disarmate e guaste, a stento ripararono a Pisa.
Scoraggiato e indispettito Massimiliano, perchè, fallito l'assalto da terra, vide anco l'armata ridotta all'impotenza, tolse l'assedio, e, bruciati gli accampamenti, Livorno fu libero.
Feste straordinarie si fecero qui e a Firenze; e al castello nostro rimase e rimarrà imperitura la gloria di aver vinto un imperatore germanico e i suoi alleati


(1).
La fiorentina repubblica in attestato di riconoscenza ai contadini, che si erano bravamente battuti, fece porre sulla pubblica fonte di Livorno la statua di un giovane villano appoggiato ad un bastone, con ai piedi un cane, simbolo di fedeltà, che poi ebbe nome la fonte del villano


(2).
Pisa, che era stata la cagione di tanti mali, vide avvicinarsi l’ora, della sua rovina. Cinta un'altra volta da lungo e spietato assedio, cadde, per mai più non risorgere, sotto il dominio di Firenze.
Anche i Livornesi vi presero parte in una piccola armata, che bloccava la costa, la foce dell'Arno e del Serchio (1509).
Intanto la repubblica dava nuova prova di benevolenza a Livorno, nominando a suo capitano Marco Antonio Pezzini, primo tra i Livornesi a tal carica inalzato.
Volendo poi che il nostro castello fosse ben difeso da un'ampia fortezza, ordinava nel 1521 che la rocca nuova venisse ingrandita, munita di bastioni e circondata dal mare. Ne fece il disegno Antonio da san Gallo; pose mano alla sua costruzione, e si chiamò poi fortezza vecchia.

(1) A Firenze avevan fatto pubbliche preghiere a favor di Livorno, e pur trasportarono in città la Madonna dell'Impruneta. La repubblica, nel dar notizia ai governi amici del fausto avvenimento, lo attribuisce alla protezione del cielo. Il famoso fra Girolamo Savonarola spesso ripeteva ai Fiorentini, che il nostro castello vittorioso sarebbe uscito da questa dura prova; l'evento gli dette ragione. Lo stesso Guicciaidini riconosce prodigioso l'esito felice di questo assedio.

(2) La fonte, sulla quale stette per due secoli la statua del Villano, era nella piazza di questo nome, ed ora è abbandonata. Detta statua, danneggiata dal tempo e dagli uomini ignoranti, la tolsero nel secolo XVIII. Dicono fosse di pietra, e la fece Romolo del Tadda. Nel Museo Civico è un quadro che la rappresenta. - Nelle Nuove Curiosità livornesi del prof. Pera, a pag. 16 e seguenti, sono alquanti documenti, che illustrano questo periodo di storia di Livorno. “





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