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LA CORAZZATA LEPANTO - 17/marzo/1883

marcello a.p.
Posted on 12/10/2009 17:57:32


Il 17 marzo 1883, è un sabato, viene varata la corazzate Lepanto, parteciparono all’importante evento il re Umberro I e la regina Margherita “Madrina della nave”. Per l’importante occasione fu organizzata una grande festa popolare con l’esibizione di numerose bande musicali posizionate intorno al Cantiere Navale Orlando.






« Se io, sacrificando la protezione, do alla mia nave un armamento da corazzata e una velocità di gran lunga superiore, essa potrà accettare o rifiutare il combat­timento quando vorrà. Farà strage di tutte le navi minori e, al limite, potrà affrontare anche una corazzata, specie se al vantaggio della maggior velocità e mobilità, unirà quello di una maggior gittata dei cannoni ».
Con questa intuizione Benedetto Brin progettò e fece impostare nel 1876 due nuove corazzate: l'Italia nei cantieri di Castelammare e la Lepanto al cantiere Orlando di Livorno. Due navi con dei concetti innovatori, il più significativo quello conosciuto con il termine «zattera cellulare»: cioè una zona suddivisa minutamente da paratie longitudinali e trasversali in tante celle, che in parte erano tenute vuote, in parte riempite di carbone e in parte di sughero. Questa zattera doveva servire a incassare eventuali colpi di cannone senza provocare allagamenti che potessero nuocere alla stabilità della nave.
La zona corazzata della nave si limitava ad una casamatta a pianta quasi ovale, messa diagonalmente al centro della coperta, sprovvista di copertura superiore e protetta con piastre dello spessore di 480 mm.
Vi era inoltre un ponte corazzato a forma di dorso di testuggine che si estendeva per tutta la lunghezza della nave.
Questo ponte, che si trovava a circa m 1,80 al disotto del galleggiamento, aveva lo spessore di mm 76: la zona compresa fra questo e un altro ponte, sistemato a m 1,50 sopra al galleggiamento, costituiva appunto la «zattera cellulare», anche le basi dei fumaioli erano protette con piastre di corazza dello spessore di 406 mm e alte circa un metro.
Questa scelta tecnica era la soluzione al più importante problema che la nostra flotta doveva affrontare: la distanza, le navi italiane dovevano difendere tre mari, in mezzo ai quali la penisola si protendeva come una lunga barriera. Per mandare una squadra da La Spezia ad Ancona, che in linea d'aria distano circa trecento chilometri, bisognava percorrerne, via mare, più di duemila.
Tutto dunque conduceva alla conclusione che le navi italiane dovevano essere dotate di alta velocità. E poiché sarebbe stato sciocco ricavarla a scapito dell'armamento, era chiaro che il sacrificio doveva toccare alla protezione, tanto più che le corazze assorbivano spese enormi, sia per il costo delle piastre, sia per gli accorgimenti costruttivi che imponevano.
L'aspetto esterno della nave era imponente (il dislocamento di
14.000 tonnellate sarebbe stato superato solo negli ultimi anni del secolo) ; vi era uno sperone, vi era la passerella centrale al disopra delle torri, mentre i fumaioli invece erano sei, divisi in due gruppi di tre, e non vi erano sovrastrutture né a prora né a poppa, ma tutto il ponte di coperta era più elevato, così che gli alloggi erano stati tutti sistemati in due ponti nel corpo dello scafo. L'armamento principale era costituito da quattro cannoni del calibro di 431 mm a retrocarica, fabbricati da Armstrong, capaci di lanciare proiettili di 896 chilogrammi fino a quasi diecimila metri, con una cadenza di tiro di un colpo ogni cinque minuti. Nonostante la lieve riduzione del calibro, essi erano assai potenti ed efficaci e, per di più, avevano la possibilità di sparare tutti quanti anche in caccia e in ritirata. Altri otto cannoni da 152 mm erano disposti in coperta; quattro a prora e quattro a poppa. Al centro della passerella vi era un posto di comando protetto con piastre di corazza dello spessore di 100 mm.
L'apparato motore, fabbricato in Inghilterra dalla ditta Penn, era composto da due motrici per ogni asse, così come quello della corazzata inglese Devastation erogavano una potenza di 16.000Hp in grado di spingere la Lepanto fino ad una velocità di 18 nodi (35 chilometri orari), così sbalorditiva che un giornalista, tenendo conto della velocità media delle ferrovie di allora, poté scrivere senza troppo esagerare: «La Lepanto solca i mari come un treno diretto ».
Ogni macchina era a tre cilindri a duplice espansione, ciascuna delle quattro motrici era sistemata in un locale separato con suddivisioni ottenute mediante paratie longitudinali e trasversali. Le 26 caldaie erano siste­mate in sei locali separati. Alla andatura economica di nodi 6,7 si teneva in moto una sola motrice per ogni asse.
L'Italia e la Lepanto vantavano altre novità: avevano scafi in acciaio dolce, che era un materiale d'avanguardia. Possedevano un'autonomia eccezionale (8.700 miglia) e un'abitabilità che non aveva confronti nel mondo. Erano, infine, le prime ad avere un doppio fondo esteso per tutta la lunghezza della nave.
Le due corazzate costituirono ai loro tempi dei tipi di nave assai interessanti, il loro regno anche se breve fu assoluto sono considerate un capitolo della storia navale, non solo per la loro concezione generale, rimasta unica, ma per i mille piccoli e grandi problemi militari e costruttivi che esse risolsero o dei quali indicarono le soluzioni. A queste soluzioni i progettisti degli anni successivi attinsero a piene mani.



Bibliografia:
- Giorgio Giorgerini Almanacco storico delle navi militari d’Italia 1861-1975
Roma 1979
- Vincenzo Bennigarther Navi del Cantiere Navale di Livorno Acquisizione 72
cimeli e modelli navali 1972
- Gino Galoppini Guida alle corazzate dalle origini ad oggi 1978
- Giovanni Cavalletti Il Romanzo della corazzata - Rusconi, 1978

Un particolare ringraziamento al Circolo Ufficiali della Marina Militare “Francesco Mimbelli” ed alla Biblioteca dell’Accademia Navale di Livorno.



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