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20 settembre 1870: storia "dimenticata" di una data

Filippo S.
Posted on 17/12/2010 21:59:04

« La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente,
è di fare che la città eterna, sulla quale XXV secoli hanno accumulato ogni
genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico »


Camillo Benso Conte di Cavour. Dal discorso al Parlamento 11
ottobre 1860.





E’ la storia di una giornata nel ciclo tormentato del
riscatto nazionale. “Il giorno più grande del secolo decimo nono” era stato
definito da un famoso storico tedesco, ma che la classe dirigente italiana farà
il possibile per dimenticare o scolorire. All’alba del 20 settembre 1870
l’attacco cominciò. alle nove i cannoni avevano già aperto la famosa “breccia”
larga una trentina di metri.

I primi a varcarla furono i bersaglieri, che vi persero un comandante di
battaglione. Ma in quel momento i plenipotenziari di Kanzler erano già al
quartier generale del maresciallo Cadorna per trattare la resa.

Contraddittorie sono le numerose testimonianze sull’accoglienza dei romani alle
truppe italiane. Questo non esclude che ognuna di esse rappresenti una faccia di
verità.

Alcune versioni di parte laica, il tripudio sarebbe stato generale e
travolgente. Secondo una “strenna” pontificia pubblicata poco dopo, i soli ad
esultare sarebbero stati gli ebrei, i quali avrebbero approfittato del trambusto
per mettere la città a sacco: sacco di cui nessuno è mai riuscito a scoprire
tracce e addurre prove.

Tutto sommato i racconti più attendibili sono quelli dei giornalisti, entrati
con le prime truppe nonostante i divieti di Cadorna.

I romani che, in attesa del grande evento, trascorsero insonni l‘ultima notte di
Roma papalina preparando le bandiere tricolori, furono pochi.

La stragrande maggioranza andò tranquillamente a dormire anche perché il Papa,
non potendo ammettere di essersi sbagliato, aveva ingiunto ai suoi funzionari di
non apportare varianti all’ordinaria amministrazione: tanto che un tribunale
aveva appioppato proprio quel giorno vent’ anni di carcere a due giovanotti
perché sorpresi a leggere Fanfulla, giornale democratico fiorentino.

Quando si cominciarono ad udire i rombi del cannone, i più rimasero in casa.
Tutto cambiò quando i bersaglieri irruppero in massa. Esplose l’entusiasmo ma
con esso esplose anche la collera di una popolazione che per il regime papalino
non aveva nessun motivo di affetto. Sui giornali italiani si lesse che i romani
sfogavano “la vergogna” di aver sopportato per lunghi anni un governo
teocratico.

Su una popolazione di 230.000 abitanti c’erano 50.000 disoccupati e 30.000
accattoni quotidianamente offesi dagli sfarzi dell’aristocrazia romana.

La città era sporca e ciabattona.

A manifestare ostilità contro l’Italia ed il suo esercito erano solo il
Patriziato (e non tutto) e quella pseudo borghesia di avvocati, notai che
formavano il sottogoverno laico della Curia.

Il Principe Torlonia cambiò le giubbe dei suoi staffieri perché avevano lo
stesso colore dei Savoia e, il principe Lanzellotti sbarrò in segno di lutto il
portone del suo palazzo che si riapri solamente nel 1929 anno del concordato e
della rappacificazione fra Stato e Chiesa.

La massa della popolazione non rimpianse il vecchio governo teocratico e il
plebiscito del 2 ottobre diede l’annessione di Roma all’Italia con più di 40.000
si e solo 46 no.

Adriano Lemmi (1822-1906) livornese, eletto Gran Maestro della Massoneria
Italiana nel Gennaio 1885 resse il Supremo Maglietto sino al Gennaio del 1896.


Per la Comunione Italiana la sua fu una stagione fondamentale. Al vertice dell’
Ordine Massonico, Adriano Lemmi portò quarant’ anni di esperienze vissute
accanto a Garibaldi, Kossuth, Mazzini e Bertani.

Egli fu considerato uno dei Padri fondatori dell’ unità nazionale. In occasione
delle celebrazioni per commemorare il 20 settembre del 1895, ultimo della
reggenza della Comunione Massonica Adriano Lemmi tenne un solenne discorso nel
Tempio maggiore di palazzo Borghese : “Mai come in questi giorni, l’animo
nostro ebbe ragione a rallegrarsi. Voi avete visto questa grande e fatidica
città esultante della sua rivendicazione alla patria. Mai forse, feste più
solenne furono celebrate dal popolo più civile.

Qui da ogni terra italiana sono convenuti,come i figli presso la madre, coloro
che, pensando, cospirando, combattendo, vollero e conseguirono la libertà di
Roma.

Benedette queste medaglie che scintillano sul petto dei vecchi soldati di San
Pancrazio; benedette queste camice rosse che ricordano il sangue sparso sui
campi delle nostre battaglie. Benedette queste insegne dell’ esercito nazionale
che, per la breccia nelle mura Aureliane, portarono nella città eterna, non pure
il diritto italico, ma la promessa e la missione di una nuova civiltà fondata
sul principio ormai indiscutibile della liberta di pensiero.  La Massoneria
festeggia questo giorno auspicalissimo di nazionale esultanza… Ringrazio Voi
Fratelli numerosissimi perché interveniste a rendere omaggio, non pure a coloro
che lasciarono la vita sulla breccia di Porta Pia, ma alla idea che scaldava i
loro petti che feconderà l’ avvenire della nostra Italia: Vi ringrazio, perché
conveniste intorno al verde stendardo dell’Ordine e saliste le bandiere delle
vostre Officine, raggruppate intorno ad esso, le vette del Gianicolo che ora è
veramente come cantò il Poeta: Fortezza dei Quiriti, ara santa d’ Italia.

Saprà l’Italia da queste nostre grandi memorie trar forza ed auspicio a compiere
la sua morale rigenerazione?

A questo dovranno intender i nostri lavori massonici.”

Il 20 Settembre 1870 è una data ormai scomparsa dalle Festività Nazionali.


Ci vollero venticinque anni perché la monarchia conquistatrice avesse il
coraggio di proclamare il 20 settembre festa civile. Con l’avvento di Crispi al
potere finalmente l’avvenimento più grande della storia italiana poté essere
“santificato” degnamente. Il generale che aveva comandato il corpo di
spedizione, Raffaele Cadorna si rifiutava di intervenire, in omaggio ai suoi
scrupoli religiosi. Quasi si trattasse di una festa massonica.

Per tutti gli anni che vanno dal 1895 all’ esordi del nuovo secolo, la data del
20 settembre non riuscì a divenire simbolo pacifico del Risorgimento. Con l’
inizio del nuovo secolo solo con l’età giolittiana il significato di quella
ricorrenza cambia. Si adegua ad un tono meno ostentato e clamoroso. Si impone
uno stile diverso; più cauto, più misurato, più discreto. Il 20 settembre entra
sia pure con fatica nelle feste della Patria italiana. La politica giolittiana
contribuisce in modo decisivo a svelenire quel giorno ed a farlo accettare
pacificamente alla nazione. Il Sindaco di Roma, Ernesto Nathan, durante il suo
mandato (1907-1913) riafferma dalla storica breccia la superiorità della civiltà
laica su quella confessionale. Anche per il Partito Popolare, che nasceva
all’indomani del conflitto, il 20 settembre non era la data più infausta come
era stata sentita: non un giorno di esultanza, ma neppure un giorno di lutto.
Solo il Fascismo, indifferente alle radici profonde dello stato liberale
unitario cancellò il 20 settembre “giorno festivo per gli effetti civili”. Porta
Pia fu riassorbita nella Conciliazione, l’11 febbraio che diventò cosi la festa
nazionale celebrante la “ ragion di Stato” fascista e vaticana dei Patti
Lateranensi.





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