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Il Palazzo del Governo

Stefano C.
Posted on 05/05/2010 19:36:31








Le vicende legate alla costruzione del Palazzo del Governo si inseriscono nel contesto delle grandi trasformazioni che mutarono il centro di Livorno nel decennio che precedette la seconda guerra mondiale.
La cronologia può farsi cominciare nel 1926, con lo sventramento delle aree poste sul retro del Duomo; a questo intervento fece seguito la stesura di un piano regolatore che prevedeva l’incremento della popolazione fino a 300.000 abitanti e la trasformazione del centro storico al fine di renderlo idoneo ad ospitare la vita amministrativa della città.
Quest’ultima proposta fu presa in seria considerazione nel 1935, quando fu approvata una legge per la regolamentazione degli interventi di risanamento del centro di Livorno, che di fatto veniva incontro alle parole rivolte da Benito Mussolini alle autorità locali: “Distruggete, buttate giù e non create cimeli”.1
Tra le varie indicazioni del piano vi è era quella di destinare l’area dell’antico Bagno dei Forzati alla costruzione di un nuovo Palazzo del Governo, ove dislocare gli uffici della Prefettura e della Questura.2 Le tavole a corredo del piano non fornivano alcuna indicazione sul disegno del palazzo, ma si limitavano a indicare il perimetro dell’area prescelta per la sua costruzione, rimandando all’esito di un concorso il compito di definire le forme del nuovo edificio.
Le prime operazioni, con il rilievo delle abitazioni da abbattere, cominciarono nel 1936 e nel marzo del medesimo anno fu ufficialmente pubblicato il bando di concorso per il Palazzo del Governo.
Il bando prevedeva la progettazione di un edificio isolato a margine di una piazza aperta verso il mare, con il corpo della Prefettura rivolto ad est e quello della Questura situato sul lato ovest; inoltre venivano fissate le dimensioni dei vari locali, l’altezza dei solai ed il costo massimo dell’opera, non superiore a 5 milioni di Lire. Dal punto di vista stilistico veniva richiesto l’impiego di quel linguaggio di rappresentanza, in bilico tra modernità e tradizione, tipico dell’architettura del periodo fascista.
Il primo luglio del 1936 la commissione presieduta dal Ministero dei Lavori Pubblici selezionò i disegni più meritevoli, ammettendoli alla seconda fase del concorso, a cui parteciparono tre gruppi di progettisti: quello formato dall’ingegnere senese Armando Sabatini e dall’architetto bolognese Alberto Legnani, che si rivelerà il vincitore, e quelli composti rispettivamente dagli architetti Leoni-Bucci e Berardi-Attal. Invece, da questa seconda fase fu escluso, tra gli altri, l’architetto Ghino Venturi, autore degli Spedali Riuniti, il cui severo classicismo fu ritenuto inidoneo a rappresentare l’immagine di una moderna città marinara.
L’esigenza di imprimere all’edificio un carattere monumentale rispondente anche ad esigenze funzionali, portò i vincitori del concorso alla definizione di un complesso assemblaggio di volumi eterogenei, chiusi, alle due estremità, prospicienti rispettivamente la città e la Darsena Vecchia, da due prospetti solenni, ma non simmetrici, impreziositi da un misurato apparato ornamentale.
Il fronte verso la città, in corrispondenza dell’angolo tra Via San Giovanni e Via della Banca, fu risolto in un alto pronao architravato di grande forza espressiva, decorato con un bassorilievo di Ludovico Consorti e alleggerito da grandi finestre ad oblò. La facciata protesa verso il mare mantenne un carattere più ancorato alla tradizione, memore però della lezione di Terragni nella Casa del Fascio di Como e del Michelucci della Palazzina Reale di Santa Maria Novella: infatti, al severo corpo dell’ingresso principale, fu affiancato un volume neutro, caratterizzato, almeno nel progetto iniziale, da numerose finestre quadrate e preceduto, alla base, da un imponente gruppo scultoreo (mai eseguito).
Il carattere monumentale di questo fronte si rifletteva anche nell’organizzazione degli spazi interni: infatti, oltre all’atrio e allo scalone d’onore, qui furono disposti i saloni di rappresentanza, illuminati per mezzo di ampi finestroni e decorati con marmi preziosi. Ad un maggiore funzionalismo sono riconducibili i prospetti laterali, in particolar modo quello rivolto sulla Via San Giovanni, alla cui sommità fu concepito un esteso nastro traforato. Invece, per l’articolazione dei fronti interni, disposti attorno a tre cortili, i progettisti si affidarono al ritmo regolare delle numerose aperture vetrate.
I lavori per la demolizione delle strutture preesistenti furono avviati sul finire del 1937, ma il progetto anzidetto, completato negli anni immediatamente successivi, fu oggetto di alcune modifiche, in parte connesse all’arrivo a Livorno di Marcello Piacentini. L’intervento dell’architetto romano portò alla definizione di un nuovo piano di risanamento, in cui era contemplata anche la realizzazione di una colossale piazza per le adunate dinnanzi al Palazzo del Governo, nel luogo in cui, sino ad allora, insistevano la chiesa di Sant’Antonio e quella dei greci ortodossi.3
Una serie di vedute, eseguite da Cesare Pascaletti e pubblicate nel 1938, contribuiscono ad illustrare le caratteristiche della nuova piazza, dove si ipotizzava peraltro di traslare il monumento dei Quattro Mori e di costruire la sede del partito fascista: il Palazzo del Governo viene mostrato più vicino al mare rispetto al disegno iniziale, con la facciata principale inquadrata da due edifici porticati, uno dei quali accostato ad una massiccia torre littoria posta in asse con Via Monte Grappa. Il piano andò incontro a notevoli difficoltà di ordine tecnico, economico ed amministrativo, tanto che la costruzione dei nuovi edifici fu rimandata a momenti più favorevoli, preferendo optare, più concretamente, per la sistemazione a verde dello spazio dinnanzi al palazzo.
Lo stesso Piacentini, dopo il 1940, approntò un’ulteriore versione del progetto di risanamento (non attuato a causa della guerra), concentrando le proprie attenzioni sull’assetto di Via Grande e della aree limitrofe: la piazza delle adunate, mostrata priva dei suddetti fabbricati, fu estesa fino a Via Fiume e Via San Giovanni, con la formazione, inoltre, di un piccolo slargo all’inizio di Via Monte Grappa.
Le ristrettezze economiche imposero anche un ripensamento del rivestimento lapideo del Palazzo del Governo; il travertino del primo progetto fu sostituito con lastre in pietra artificiale, realizzate in conglomerato cementizio e graniglia di pietra naturale della stessa natura di quella imitata.
Occorre segnalare che il lato settentrionale della facciata monumentale fu risolto, in fase esecutiva, con la costruzione di un blocco murario continuo in luogo della parete traforata prevista inizialmente; per questa porzione di fronte, nel 1941, fu dato incarico allo scultore Arturo Dazzi di eseguire un bassorilievo celebrativo delle virtù civili e militari fasciste, ma la guerra impedì il concretizzarsi del progetto.
Nel dopoguerra il palazzo, in parte danneggiato dagli eventi bellici e spogliato di molti materiali originari (come pavimenti, finiture e decori), fu restaurato e completato in alcune parti, ad esempio con la collocazione sul prospetto ovest di un bassorilievo illustrante episodi significativi della storia livornese.
Il piano di ricostruzione dell’abitato circostante portò alla definitiva cancellazione dei resti delle chiese di Sant’Antonio e della Purificazione;4 la smisurata piazza pensata prima della guerra fu fortemente ridimensionata con la costruzione di due edifici, che trasformarono l’asse tra il Palazzo del Governo e la Darsena Vecchia in una sorta di breve viale, dove fu posto il monumento equestre a Vittorio Emanuele II (1892), opera di Augusto Rivalta e inizialmente collocato nella vicina Piazza Grande.
Ad oggi, la bianca mole del palazzo fronteggia un ampio parcheggio pubblico, che di fatto contribuisce ad alimentare, nell’opinione pubblica, una certa indifferenza nei confronti di quello che, malgrado i limiti imposti dalla retorica dell’infausto regime, rappresenta uno degli interventi più interessanti del panorama livornese tra le due guerre, come dimostrato, peraltro, dal crescente interesse da parte della critica architettonica; se i giudizi sostanzialmente positivi di Mario Paniconi, risalenti al 1937, trovano un contrappunto nelle parole più severe di Lando Bortolotti, che sottolinea la difficoltà di realizzare un’opera valida partendo da presupposti di retorica,5 più recentemente Dario Matteoni ed altri studiosi hanno segnalato una certa valenza comunicativa della struttura, rimarcando il rapporto della facciata con la piazza aperta verso la Darsena Vecchia e la complessa articolazione dei volumi.6



Note




1 Si veda L. Bortolotti, “Livorno dal 1748 al 1958. Profilo storico-urbanistico”, Firenze 1977, p. 326.
2 Per approfondimenti sul Bagno dei Forzati, prigione e poi ospedale della città fino alla fondazione degli Spedali Riuniti (1929-1931), si rimanda ai numeri precedenti de “Il Pentagono”.
3 Sulla demolizione della chiesa greco-ortodossa, abbattuta definitivamente prima della seconda guerra mondiale, vale la pena ricordare la superficiale considerazione del podestà: “La commissione per la conservazione dei monumenti afferma essere la chiesa un monumento importante. Io ho osservato che delle chiese scismatiche ce n’è un’altra a Livorno che forse è più bella di questa”. Si veda L. Bortolotti, cit., pp. 326-327.
4 Resti delle due chiese sono ancora indicati nella planimetria che illustra lo stato del centro nell’immediato dopoguerra. Si veda D. Matteoni, F. Cagianelli, “Livorno, la costruzione di un’immagine. Tradizione e modernità nel Novecento”, Cinisello Balsamo 2003, p. 84.
5 L. Bortolotti, cit., p. 358.
6 D. Matteoni, cit., pp. 69-73; E. Pieri, “Il Palazzo del Governo di Livorno. Bianche geometrie del potere”, Pisa, 2007.



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