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Urano Sarti, scrittore operaio, fondatore de Il Martello

Ermanno V.
Posted on 12/09/2009 11:28:04


Urano Sarti, scrittore operario del cantiere Orlando








Fondatore e redattore de “Il Martello”, uno dei più importanti giornali di fabbrica del dopoguerra
Urano Sarti, lo scrittore operaio del Cantiere Orlando
“Pappa” autore di “Livorno città aperta”, unico romanzo interamente in vernacolo.
Urano Sarti, universalmente noto col nomignolo di “Pappa”, nasce a Pontassieve, in provincia di Firenze , il 10 agosto 1907 e si trasferisce a Livorno alla giovane età di 15 anni. Come la stragrande maggioranza dei coetanei, la sua cultura di base si limita alla quinta elementare tuttavia, da caparbio autodidatta, s’interessa di qualsiasi argomento culturale e, allargando i propri orizzonti, finisce per scrivere perfino su importanti testate nazionali quali “L’Unità” e “La Gazzetta”. Assunto, giovanissimo, come operaio specializzato presso il Cantiere Navale Luigi Orlando, Pappa è artefice, con Ferruccio Petroni e Pietro Tei, della fondazione del giornale “Il Martello”dai più ritenuto una delle riviste di fabbrica più importanti del Paese.
Nel frattempo attinge dalla suocera i segreti del vernacolo, come ripeteva frequentemente lui stesso, attraverso i quali esprime, proprio su “Il Martello”, i propri pensieri sulle vicende di fabbrica e sulla quotidianità della famiglia popolana livornese in racconti sarcastici tuttavia estremamente reali ed attuali. Ogni vicenda, vissuta e raccontata rigorosamente in prima persona, ha per protagonista Argene la fedele compagna (Eleonora Elviettini, nella vita) e rispecchia fedelmente la realtà povera in cui la famiglia è costretta a barcamenarsi per tirare a campare fino alla fine del mese, accudendo la bellezza di nove figli, due femmine e sette maschi, con il misero stipendio di un operaio, ancorché specializzato, nell’angoscioso dopo guerra. Tra il 1948 ed il ’49, Urano Sarti si dedica alla stesura di “Livorno città aperta”, un vero e proprio romanzo completamente in vernacolo livornese, ispirandosi al rientro in città delle genti livornesi reduci dallo sfollamento a cui erano state obbligate dall’incombere dei bombardamenti che rasero quasi al suolo la nostra bella città.
Le famiglie protagoniste dell’intreccio sono profondamente legate da un sentimento di amicizia vera, al punto da accettare senza esitazioni di condividere i resti dell’appartamento di via Grande. Il legame, sul principio inossidabile, viene irrimediabilmente compromesso dai loschi affari intrapresi da uno dei due capifamiglia con gli alleati d’oltreoceano e sfocerà in una parete divisoria che verrà eretta esattamente al centro dell’appartamento un tempo entusiasticamente spartito. Maso, il meno onesto dei due, antepone i propri equivoci interessi a quella che una volta sembrava un’indissolubile amicizia e si adegua presto alla nuova realtà di benestante che lo porterà a rifiutare qualsiasi contatto con i più onesti ancorché modesti coinquilini.
Purtroppo le copie originali del romanzo, unico nel suo genere, sono ormai rarissime e paiono al momento vani i tentativi degli eredi di Pappa, in particolare il nipote Mirko, di promuovere la riedizione di un lavoro che rappresenta uno spaccato di Livorno nell’immediato dopoguerra, una città ancora drammaticamente segnata dagli orrori dei bombardamenti da ricostruire a partire dalle radici; perché se dal punto di vista puramente materialistico la ricostruzione delle abitazioni ed il ripristino dei posti di lavoro rappresentano le necessità più impellenti, senza cui è impossibile ripartire, la ricomposizione dei rapporti umani, inevitabilmente minati dalle recentissime vicende belliche, diventa una necessità ancor più
prioritaria.

Purtroppo le copie originali del romanzo, unico nel suo genere, sono ormai rarissime e paiono al momento vani i tentativi degli eredi di Pappa, in particolare il nipote Mirko, di promuovere la riedizione di un lavoro che rappresenta uno spaccato di Livorno nell’immediato dopoguerra, una città ancora drammaticamente segnata dagli orrori dei bombardamenti da ricostruire a partire dalle radici; perché se dal punto di vista puramente materialistico la ricostruzione delle abitazioni ed il ripristino dei posti di lavoro rappresentano le necessità più impellenti, senza cui è impossibile ripartire, la ricomposizione dei rapporti umani, inevitabilmente minati dalle recentissime vicende belliche, diventa una necessità ancor più prioritaria.
Nella spontaneità dei racconti pubblicati su “Il Martello”, si riconosce colui che qualcuno ha definito il “De Filippo di Livorno” capace di offrire una rappresentazione esatta della realtà, figlia di una fervida inventiva capace d’ironizzare su ogni difficoltà.
Nella descrizione delle vicissitudini di una famiglia dei quartieri popolari, Sarti descrive la propria famiglia e nei racconti sul Cantiere, lui stesso ed i propri compagni di lavoro sono i veri protagonisti. Emerge la coscienza sociale della classe operaia che lavorava per far crescere il proprio posto di lavoro in prospettiva della crescita della città tutta; gli scioperi per un licenziamento potevano durare un mese al termine del quale gli operai, già in difficoltà con le paghe ridotte al lumicino, non vedevano una lira e si trovavano costretti a stringere una cinghia già di per se stretta oltremisura. La solidarietà della comunità livornese si ritrovava in tutte le botteghe che vendevano a credito, non ce n’era una che non lo facesse, e nel mettere a disposizione della comunità stessa ogni tipo di approvvigionamento disponibile, ancorché limitato.
E proprio quelle quotidiane vicissitudini danno origine ai racconti del Sarti: i prestiti (in denaro o in generi di prima necessità) tra famiglie del palazzo, le dugent’ore, le elargizioni di “mezz’etto di zucchero e du’ etti di pasta” da parte della Cooperativa del Cantiere, il primo maggio all’archi del Cisternino, la bomba sul rifugio, Ceppo, il furto delle “sarcicce… e que’ ragazzi lassù patiscano la fame” e tutti gli episodi di vita quotidiana. Gli scritti di Pappa erano strettamente connessi alle problematiche dei lavoratori, puntualmente riversati nella realtà cittadina e costantemente proiettati a difesa di valori morali e culturali che la recente guerra aveva pressoché distrutto.
Esilaranti, poi, i celebri dialoghi tra sordi in cui ognuno dei protagonisti della conversazione parla di un proprio argomento puntualmente frainteso dall’interlocutore che, a sua volta, risponde con discorsi di significato completamente opposto: “…Bravo! Evviva la pace! – Macchè brace, io adopro ‘r pipiasse – Le tasse?? Bella robba!...” e così via.
Eppure nei lavori di “Pappa” mai si cade nella malignità, nelle inutili cattiverie o nella volgarità, a conferma di un’arguzia vernacolare generata dalla più alta ispirazione. Un’unica stravaganza nel modo di scrivere di Urano Sarti: usava spesso la “elle” al posto della “erre” cosicché Livorno diveniva “Livolno”, intorno si leggeva “intolno”, guardare si trasformava in “gualdare”.
Difficile dare una giustificazione a quel vezzo; magari erano semplicemente le sfaccettature della parlata di un certo rione oppure, come asseriva Gino Lena il quale, pur grande estimatore di “Pappa”, si trovò a contraddirlo nell’utilizzo di certe interpretazioni, a suo dire generate dalla distorsione di qualche borghese che ha voluto elaborare il linguaggio pur non avendo vissuto a stretto contatto con il popolo.
Urano Sarti si è spento il 27 aprile del 1960 a soli 57 anni, letteralmente consunto da una penosa malattia. Si racconta che Pietro Tei, in visita all’ospedale la sera prima del decesso, abbia trovato da ridire sull’ennesimo scorcio di sigaretta che Sarti stava fumando (fra l’altro egli era uso fumare la cicca, rigorosamente senza filtro, fino al limite estremo, correndo il rischio di ustionarsi le dita) e che il malato gli abbia prontamente risposto: “È la licenza der Pagani, ce n’ho per oggi e per domani”. L’indomani morì: umorismo ed ironia fino allo stremo delle forze.
Per concludere, un doveroso omaggio ricordando la formula che Urano Sarti usava per chiudere i propri racconti: “E ora, caro Martello, ti saluto e ti stringo… er mani’o… tuo ami’one…”







Il Martello Organo dei dipendenti del cantiere Ansaldo

Dall’embrione della rivista La voce del Cantiere, più un bollettino a consultazione interna che una rivista vera e propria, edito per la prima volta nel settembre del 1945, si materializza, appena un anno dopo, Il martello, notiziario della Cellula Comunista del Cantiere O.T.O. di Livorno.
Dopo i primi tre mesi di dipendenza nei confronti del settimanale comunista Toscana nuova, del quale usciva come allegato, a dicembre dello stesso anno Il martello acquisì un’identità propria con pubblicazioni quindicinali; la successiva evoluzione della rivista risale al 1° maggio 1947 allorché diviene organo d’informazione dei lavoratori di fabbrica fino all’ultimo e definitivo mutamento avvenuto nel novembre del 1949 in concomitanza con il passaggio della direzione del Cantiere nelle mani della famiglia Ansaldo divenendo Il martello, organo dei dipendenti del Cantiere Ansaldo di Livorno.
Cambia la definizione, ma non l’ideologia politica che rimane sempre di carattere comunista, come testimonia la rubrica del Gruppo aziendale Italia-URSS attraverso cui si informano i lettori degli scambi interculturali con il paese del nordest europeo.

La testata riferiva principalmente delle problematiche interne del luogo di lavoro a partire dalle prime fasi della difficoltosa ricostruzione post bellica del Cantiere quale fulcro dell’economia cittadina, fino alle mere cronache della vita di reparto ed al contesto politico che aveva per protagonisti i lavoratori stessi.
Il martello è stata una delle prime riviste di fabbrica a livello nazionale cosicché, col tempo, la collaborazione fu allargata a redattori esterni ed anche argomenti di carattere cittadino o addirittura nazionale scavalcarono le alte mura di Piazza Mazzini ed il cancello di Piazza Luigi Orlando per acquisire una propria identità sulle pagine della rivista. Ci si occupava di disoccupazione giovanile, auspicando lo sviluppo dell’apprendistato quale mezzo diretto, per i ragazzi, di preparazione al mondo del lavoro, e di provvedimenti mirati al miglioramento delle condizioni di vita, con particolare riferimento al luogo di lavoro; si riferiva dettagliatamente sulle assemblee di fabbrica e sul Consiglio di Gestione del Cantiere all’interno del quale i lavoratori erano adeguatamente rappresentati da elementi regolarmente nominati a seguito di elezione. E non mancavano testimonianze di supporti da parte della cittadinanza intera in occasione di soprusi da parte della classe dirigente. La Pagina delle opinioni e delle idee, generalmente la numero due, era testimonianza di massima apertura del giornale a qualsivoglia suggerimento, critica o commento.
Si tratta di salario, di cottimo e di assegni per condizioni di lavoro disagiate ma anche delle collette dei lavoratori, i Lasciti di Natale, attraverso cui somme rispettabili di danaro vengono equamente distribuite a famiglie bisognose o enti cittadini.

Sarebbe riduttivo, comunque, intendere Il martello come periodico di carattere puramente politico in quanto, sfogliando le pagine delle varie annate, vi si ritrovano spunti ironici e, perché no, sollazzevoli, quali la rubrica Vista la svista? all’interno della quale si invitavano i lettori ad individuare le inesattezze rappresentate da una vignetta: in un’occasione, ad esempio, viene rappresentato un refettorio laddove la svista è il refettorio stesso in quanto il Cantiere ne era sprovvisto. Come dire: ironia perfino nelle difficoltà, un po’ la caratteristica principe dello spirito labronico.
Ritroviamo l’angolo del vernacolo, generalmente in apertura a pagina 3, magistralmente rappresentato dai racconti di Pappa, al secolo Urano Sarti, di cui abbiamo ampiamente trattato separatamente, uno spaccato della vita cittadina dell’epoca, o l’angolo della poesia, in cui si dava spazio allo spirito libero di improvvisati artisti locali, non necessariamente operai del Cantiere.

Una curiosità: nel n° 1 dell’11 gennaio del 1950, accanto al consueto racconto di Pappa, un articolo fa riferimento alle recensioni di illustri professori su Livorno città aperta, il romanzo dello scrittore-operaio interamente in vernacolo livornese, apparse sul quotidiano La gazzetta e sul settimanale politico Indicatore.
Ad opera di certo Dantino, sempre in un numero dello stesso anno, appare una divertente scimmiottatura del sommo vate, Dante Alighieri, in tre canti attraverso i quali Pappa, novello Virgilio, accompagna per l’appunto Dantino attraverso i meandri del Cantiere.
Per non parlare della rubrica sportiva con tanto di concorso a pronostico: una specie di schedina con le partite della due domeniche successive all’uscita della rivista in cui si invitavano i partecipanti a compilare i pronostici ed imbucare nell’apposita cassetta o consegnare alla cassa del bar entro le dodici del sabato. E che dire delle migliori pagelle? Trimestralmente un riquadro riportava i nomi degli alunni più meritevoli nella stessa pagina in cui, con un po’ più di frequenza, si riferiva delle nascite e dei matrimoni del periodo.
Come dire, una rivista di fabbrica, le cui otto facciate niente avevano da invidiare a ben più blasonati periodici, completa di cronaca, politica (ancorché di parte), sport, arte, cultura e chi più ne ha più ne metta: una rappresentazione della coscienza di classe in cui la difesa e la crescita del posto di lavoro erano alla base del difficile periodo della ricostruzione post-bellica.
L’ultimo numero, il n. 6 dell’anno XIII, è uscito nel maggio del 1956 anche se la memoria fu rinnovata all’inizio degli anni sessanta (dal 1960 al 1964) quando alcuni numeri unici de “Il martello” furono pubblicati dalla sezione livornese della Federazione Impiegati Operai Metallurgici (F.I.O.M.).

Il martello del Cantiere Ansaldo di Livorno
Quindicinale Direzione, Redazione e Amministrazione: Piazza Luigi Orlando (ex Sferisterio)

Ermanno Volterrani per “Il Pentagono”, novembre 2009





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