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L'assistenza sanitaria a Livorno; storia degli ospedali pubblici

S. Ceccarini
Posted on 02/04/2010 14:13:10

In epoca medievale la principale struttura ospedaliera del territorio livornese, che estendeva la propria attività oltre i confini strettamente locali, era ubicata in località Stagno ed era intitolata a San Leonardo; fondato nel 1154 per sostenere le fortune di Porto Pisano, il complesso disponeva di una chiesa e di un ostello per i pellegrini, ma decadde dopo il 1257, quando fu assegnato al monastero di Ognissanti a Ripa d’Arno, in Pisa.1
Oltre un secolo più tardi, a Livorno è attestata la presenza di un’infermeria presso la chiesa di Sant’Antonio, nell’area oggi indicativamente compresa tra la Fortezza Vecchia e il Palazzo del Governo; era una costruzione modesta e nei primi decenni del dominio fiorentino contava appena dieci letti per malati di ambo i sessi.2 La realizzazione della città fortificata progettata da Bernardo Buontalenti ed il costante aumento della popolazione ne imposero il potenziamento; i lavori furono condotti sotto la guida di Alessandro Pieroni, al quale si deve anche il rinnovamento dell’adiacente chiesa di Sant’Antonio.3
Nella prima metà del Seicento un altro presidio sanitario, destinato alle sole donne, era affidato alla Compagnia della Misericordia ed era situato accanto alla chiesa di Santa Barbara; nel 1623 contava 40 posti letto, ma pochi anni dopo fu ingrandito da Francesco Cantagallina. Dopo il 1632, alcuni membri che avevano abbandonato la medesima compagnia fondarono un piccolo ricovero per i convalescenti nella zona dell’attuale Via della Posta dedicandolo alle Stimmate di San Francesco.4
Tuttavia, queste strutture si rivelarono ben presto inadeguate rispetto alle dimensioni della città, tanto che, nel 1685, il governatore Dal Borro avanzò una richiesta per il loro ampliamento, denunciandone l’inadeguatezza rispetto al gran numero di abitanti e di forestieri che transitavano da Livorno.
Nonostante l’incremento dei posti letto dello Spedale di Santa Barbara e la fondazione, nel 1696, di un altro ospedale nel quartiere della Venezia Nuova intitolato alla SS. Annunziata e S. Ranieri,5 intorno al 1720 vennero vagliate alcune proposte per migliorare il sistema sanitario della città. Tra queste è opportuno segnalare, per la scala e l’audacia dell’intervento architettonico, il progetto promosso dal mercante Francesco Damiani, che agiva per conto delle Case Pie, un’istituzione sorta per l’assistenza dei poveri e dei mendicanti. Il nuovo complesso, capace di ospitare circa 200 letti per uomini e donne, sarebbe dovuto sorgere sul fosso della Venezia, presso il ponte a tre luci che univa la città agli accrescimenti secenteschi situati a nord del nucleo buontalentiano; si trattava di un’ubicazione assai particolare, condizionata soprattutto dalla difficoltà di reperire lotti non ancora edificati all’interno della cerchia fortificata che rispondessero anche alle necessarie esigenze di salubrità dell’aria.6
La proposta decadde, ma con il passaggio della città sotto il dominio lorenese l’organizzazione sanitaria fu oggetto di particolari attenzioni da parte dell’autorità granducale. Nella seconda metà del Settecento, accanto all’ampliamento del Lazzaretto di San Jacopo e la fondazione di quello di San Leopoldo, destinati all’isolamento coatto di merci e persone infette provenienti dai bastimenti, si registrano alcune discussioni sul progetto di unificare le principali strutture ospedaliere in un unico complesso da realizzarsi presso il Lazzaretto di San Rocco. Il disegno non fu attuato e le autorità preferirono finanziare l’ampliamento dell’Ospedale di Sant’Antonio; questo andò ad occupare l’area del Bagno dei Forzati, l’antica prigione che intorno al 1750 era stata trasferita all’intero della Fortezza Vecchia.
Il Bagno dei Forzati, costruito a partire dal 1598, era un vasto fabbricato che si insinuava nel cuore della Livorno più antica; realizzato da Alessandro Pieroni, aveva forma trapezoidale e seguiva il profilo del bastione del duca Cosimo, di cui integrava parte della muraglia. Adiacente all’edificio, verso il mare, si trovava la biscotteria, una vera e propria fabbrica in cui venivano prodotti il biscotto e il pane per gli equipaggi delle navi e per l’intera città.
Sul finire del Settecento, malgrado l’uso prevalentemente ospedaliero del sito, diversi locali annessi al Bagno erano destinati a impieghi assai eterogenei tra loro. Vi era, dal 1766, un istituto di marina, in cui gli alunni venivano preparati non soltanto sulle materie propriamente tecniche, ma venivano impartite loro anche lezioni di francese e inglese. Invece, il lato settentrionale del fronte rivolto verso Via della Banca ospitava l’ufficio del gioco del lotto, qui trasferito dopo le prime estrazioni fatte sotto i portici del non distante Palazzo della Dogana. Proseguendo verso sud ed oltrepassato l’ingresso all’ospedale, si trovava la tipografia Coltellini, il cui nome è legato alla ristampa dell’Encyclopédie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, des Arts et des Métiers, come ricordato in una lapide un tempo esposta lungo la via pubblica e oggi conservata presso il Palazzo di Giustizia in Venezia Nuova. Proprio a margine della strada si aprivano gli uffici della Banca dei Pubblici Pagamenti, mentre a chiusura del lato meridionale della facciata si trovava la chiesa della Purificazione, affidata alla compagnia omonima nel 1780, ma originariamente sorta come cappella annessa alla prigione stessa.7 Inoltre, nel 1819, nel cortile del Bagno venne istituita anche una squadra di pompieri per fronteggiare il temuto pericolo degli incendi. Si trattava pertanto di un ambiente inadeguato alla funzione ospedaliera che doveva assolvere; un contesto caratterizzato per di più dagli angusti vicoli del quartiere di San Giovanni che pregiudicavano la salubrità del luogo.
Quindi, nella prima metà dell’Ottocento, nell’ottica di un sostanziale potenziamento degli apparati di pubblica utilità che già aveva investito vari ambiti della città, le autorità decisero di commissionare alcuni studi per la realizzazione di un nuovo e più funzionale ospedale.
Vale la pena ricordare, in questa sede, il grandioso progetto per un nosocomio di oltre 1000 posti presentato da Luigi de Cambray Digny nel 1827. Dopo aver analizzato diverse soluzioni messe in pratica oltre i confini d’Italia, l’architetto giunse alla definizione di un impianto di forma semicircolare, con le infermerie disposte a raggiera e separate da ampi giardini; al centro si trovava la cappella, mentre gli uffici amministrativi e gli appartamenti per il personale erano disposti lungo il diametro.8 Per la sua costruzione vennero indicati alcuni possibili siti, lungo la passeggiata degli Acquedotti e nel luogo in cui, pochi anni dopo, sorgerà la chiesa del Soccorso, ma il progetto non fu concretizzato.
A seguito dell’epidemia di colera che sconvolse la città nel 1835 e che portò alla momentanea trasformazione delle chiese in lazzaretti, altri tentativi furono portati avanti intorno al 1839, quando una commissione individuò una serie di aree adatte ad accogliere una moderna infrastruttura ospedaliera; accanto alle proposte legate alla trasformazione della Fortezza Nuova, è doveroso segnalare uno studio di Alessandro Gherardesca relativo all’area del bastione San Cosimo. Lo studio di fattibilità prevedeva un edificio a pianta trapezoidale, aperto da grandi cortili, che avrebbe fronteggiato il Fosso Reale nel tratto oggi compreso tra Piazza della Repubblica, gli Scali Bettarini e gli Scali Saffi. Proprio le difficoltà legate al luogo prescelto, ritenuto inadatto dal punto di vista igienico per l’elevata densità di popolazione e la presenza del fosso, determinarono l’abbandono di ogni proposito. Di conseguenza, si rese necessaria una radicale ristrutturazione dell’ospedale esistente. (continua)

articolo completo:
http://www.granducato.com/pentagono/gen10/ospedale.pdf


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