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RIVOLUZIONE, intervista all'autore M. Ghelardi

Serena M.
Posted on 16/11/2012 11:33:53



Gino, Vittorio, Bruno, Emanuele e ancora Bruno, nomi propri di uomini comuni, tutti della stessa famiglia, nonno, padre, zio, figli, tre generazioni e un secolo intero, il ventesimo, un secolo denso di fatti e rivoluzioni. Sono questi gli ingredienti principali del nuovo libro di Massimo Ghelardi, scrittore, nato a Pisa, ma da molti anni livornese a tutti gli effetti, che due anni fa esordì con il suo primo romanzo ambientato nella Livorno del 1600, luogo di commerci e di gente venuta da lontano, proprio come Sevag il protagonista di “Il mercante armeno” edito dalla Società Editrice Fiorentina, stessa casa editrice che ha pubblicato “Rivoluzione”, il suo secondo romanzo appunto, ho incontrato Massimo Ghelardi per farmi raccontare da lui la sua avventura, dalla ricerca, alla stesura dei suoi romanzi.

Massimo, due romanzi storici nel corso di due anni e mezzo. A monte c'è una impegnativa ricerca?
Sì, in particolare per il primo “Il mercante armeno” perché il 1600 è un periodo meno approfondito e, anche se si è avuto modo di studiarlo, meno ricordato, mentre “Rivoluzione” è ambientato in un periodo più recente, più conosciuto, perché più vissuto e più masticato. Per scrivere “Rivoluzione” ho riletto dei testi che già conoscevo, mentre per il primo romanzo sono partito da zero, è stato più impegnativo.
E hai scoperto una Livorno che non conoscevi?
Sì e questa ricerca mi è piaciuta proprio per questo, Livorno, a mio avviso, ha questa caratteristica, è una città molto accogliente che ha un grande passato, ma che lo nasconde, non lo propone visivamente, questo forse a causa della distruzione della città durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ma anche per altre varie ragioni.
Come hai svolto le ricerche?
Per “Il mercante armeno” ho fatto riferimento al Archivio di Stato che è accessibile a tutti, con qualche difficoltà iniziale dovuta al linguaggio dei documenti dell'epoca, mentre per l'ultimo romanzo mi sono mosso tra Pisa e Livorno.
Incontrando anche chi ha vissuto i fatti, solo accennati, all'inizio e alla fine del romanzo, i fatti del 1972, l'uccisione di un giovane anarchico durante una manifestazione?
Conosco personalmente i fatti che racconto nel prologo e nell'epilogo e per raccontarli ho re-incontrato persone che fanno parte del mio vissuto.
Mi ha colpito molto lo stile del prologo, le parole sono potenti e suonano con un ritmo molto serrato.
Probabilmente è a causa della carica emotiva, essendoci molto di me e della mia esperienza personale.
Come mai hai scelto di raccontare il ventesimo secolo attraverso le persone “meccaniche” le persone comuni?
Perché riflettendo sulla mia esperienza personale, quella degli anni '70, ripensando a me e alla mia famiglia e a come noi vivevamo quel periodo storico, ho pensato che la storia sia la storia delle persone normali, le persone semplici, è come le ore che sono fatte di minuti, dentro alla grande storia, ci sono tante piccole storie. Quando ero ragazzo ascoltavo i miei nonni e i miei genitori raccontare la loro gioventù e questo contribuiva a trasmettermi non tanto la storia di quei periodi, ma l'atmosfera, il contorno alla grande storia, che di conseguenza veniva da me percepita come storia della mia famiglia.

Oggi questa cosa è sempre più rara, senza voler fare una critica alla società, è solo una constatazione la mia, oggi sarà che c'è meno tempo o meno curiosità, per cui i ragazzi ascoltano meno, hanno meno voglia probabilmente e questa dimensione familiare della storia va un po' perdendosi.
Nel romanzo si passa dalle vicende di famiglia agli incontri con personaggi storici come i Sarfatti, per esempio. Gino il capostipite della famiglia, durante la rivolta del 1904 a Milano viene soccorso da Cesare Sarfatti e accolto in casa da Margherita, donna che ha avuto un ruolo non poco determinante nella storia del nostro paese, ma anche le altre donne del romanzo, Loredana moglie di Gino e Bianca moglie di Vittorio hanno un ruolo quasi di guida per questi uomini o sbaglio?
Certo perché la realtà è questa, le donne guidano da dietro gli uomini, questo è il loro ruolo, con una sensibilità particolare, che spero di aver reso al meglio, perché non è semplicissimo calarsi in un personaggio femminile rendendo l'ansia con cui la donna vive il suo ruolo.
Ho cercato di riassumerlo nell'episodio della morte di Gino, raccontando come Loredana, seppur distrutta dal dolore, prepari comunque il pasto per i suoi figli, un atto di coraggio, di sostegno e di continuità della storia, che è affidata, appunto, alle mani, alla volontà e alla forza di Loredana e delle donne in generale.
Donne che riuniscono a tavola una famiglia che però è anche spaccata, divisa, come l'Italia in cui vivono, è stato complicato costruire personaggi così in contrasto?
Ho attinto dalla storia di ciascuno di noi, chi scrive affina la capacità di estrarre dalla vita di tutti i giorni i particolari e trasferirli nella scrittura.
Partendo dai contrasti in famiglia che ho vissuto anche io, sia da figlio, che da padre, mettendo a fuoco quello che ho sentito, capito... sofferto, perché la scrittura è anche il precipitato di una serie di cose sofferte, ad esempio gli scontri con i genitori da ragazzo.
La rivoluzione viene spesso chiamata in causa, ancora oggi, come risolutiva per i problemi del paese e quelle passate sono sempre più guardate con nostalgia.
Mi sembra invece che tu esprima un giudizio un po' più pesante, più negativo, come se prevalesse per te l'aspetto distruttivo su quello auspicato da taluni di rinnovamento.
La rivoluzione fa parte dell'animo dei giovani, esplode irrazionalmente, è una avventura, significa provare il proprio coraggio e spesso questi sentimenti prevalgano sugli istinti di conservazione che sono la paura della morte e quella del dolore.
Nei giovani c'è il desiderio di dissipazione della vita propria e della vita altrui, questo desiderio in alcuni momenti si è risolto partecipando all'azione rivoluzionaria, oggi, questa violenza, finisce per realizzarsi bevendo, drogandosi o con altri atteggiamenti che esprimono poca considerazione della vita.
Questo aspetto della rivoluzione è meno bello di quello romantico a cui siamo abituati, ma bisogna tener presente che quello che è successo negli anni '70 e anche i fatti precedenti che racconto nel mio romanzo, hanno lasciato dolorosi nodi irrisoluti.
Comunque sia le rivoluzioni sono inevitabili, alla base dei cambiamenti epocali c'è sempre l'esplosione della passione di qualcuno che si impegna totalmente, come è recentemente accaduto con la primavera araba, benché io non sia entusiasta, anche lì c'è stato un'improvviso scoppio di passione. Il giudizio sulla positività o meno dei singoli eventi rivoluzionari dipende da come viene digerito tutto questo.




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