LA STORIA >>    CHI SIAMO >>    Home-Page >>    SCRIVICI >>


Torna alla prima pagina << Vai al precedente :: Vai al successivo >>

DALLA VIA FERDINANDA A VIA GRANDE: storia, ricostruzione e recupero

Stefano C.
Posted on 29/12/2009 19:23:41


L’antico villaggio di Livorno, prima della fondazione della città medicea, era costituito da un pugno di case raccolte attorno ad una piccola insenatura; la via principale corrispondeva all’odierna Via San Giovanni che, con la costruzione della breve cinta muraria decisa nel 1392, consentiva il collegamento diretto tra la Porta a Terra e lo scalo marittimo addossato alla cosiddetta Quadratura dei Pisani. Con il passaggio del castello sotto il dominio dei Medici, le fortificazioni d’epoca medievale furono ristrutturate e potenziate; i lavori, cominciati intorno al 1550, si protrassero in più fasi fin quasi a sovrapporsi alle prime operazioni per la realizzazione della città nuova. Infatti, già nel 1575 Bernardo Buontalenti cominciò ad occuparsi del progetto per la creazione di una città fortificata a pianta pentagonale posta attorno al nucleo preesistente dell’abitato. Il disegno, di cui conosciamo due copie pubblicate nel 1797 e nel 1801, non forniva particolari indicazioni sull’organizzazione funzionale delle nuove aree urbanizzate, ma si limitava ad indicare una serie di ampi lotti compresi all’intero di un impianto viario regolare, secondo un’impostazione basata su modelli che avevano trovato numerose applicazioni teoriche e pratiche per tutto il Rinascimento.


Nella definizione dei varchi d’accesso il progetto buontalentiano riprendeva indicativamente la configurazione dell’abitato medievale, con l’apertura di due porte protette dai fianchi dei bastioni in corrispondenza della strada per Pisa e dello scalo portuale; una strada rettilinea, successivamente nota come Via Ferdinanda, ma già nel Seicento popolarmente denominata Via Grande, aveva il compito di collegare i due varchi secondo la direttrice est-ovest. Lungo la strada era indicata la sola presenza di una cappella preesiste intitolata a Santa Giulia, la cui posizione, sulla base del raffronto dei progetti esecutivi del Buontalenti con la cartografia più recente, è identificabile con l’area posta dinnanzi al settecentesco Palazzo del Picchetto.
Nel marzo 1577 cominciarono le operazioni per la fondazione di un primo baluardo, dando così avvio alla costruzione della nuova città. I lavori procedettero con diverse modifiche rispetto al disegno originario e nel 1590 erano ormai a buon punto, tanto è vero che, nel medesimo periodo, il Granduca Ferdinando I decretò una serie di esenzioni e privilegi per tutti coloro intenzionati a stabilirsi a Livorno. Nel 1591 la popolazione si attestava intorno ai 530 abitanti, ma dieci anni dopo si contavano oltre tremila residenti, mentre nel 1609 erano circa cinquemila.1
Pertanto, per venire incontro soprattutto alle classi più modeste, furono innalzate numerose case date in affitto. L’iniziativa fu promossa da alcuni enti come i Ceppi di Prato, che tra il 1593 ed il 1600 acquistarono numerosi fabbricati sulla Via Ferdinanda e nelle aree limitrofe. Proprio lungo questa strada, a partire dalla porta rivolta verso la darsena (la Porta Colonnella), si concentrò la prima attività edilizia; inizialmente le abitazioni erano solitamente articolate su due piani, con due stanze per ciascun livello e con scale e ingressi indipendenti per raggiungere i piani superiori. Sulla Via Ferdinanda i Ceppi di Prato sperimentarono anche soluzioni più complesse: il piano terra era suddiviso in due parti distinte, disposte in senso longitudinale e occupate da una bottega e dalle stanze per l’accesso all’orto e ai piani superiori, mentre il primo piano e il piano a tetto ospitavano una sala, due camere e, sul retro, la cucina.2 Alla progettazione delle case lavorò probabilmente Raffaello di Pagno, ingegnere dell’Ufficio dei Fiumi e Fossi di Pisa e architetto dell’Ufficio della Fabbrica di Livorno, il cui nome è associato a importanti cantieri pisani, come gli impegnativi restauri del Duomo di Santa Maria Assunta dopo l’incendio avvenuto nel 1595.








Nei primi mesi del 1594 maturò l’idea di creare una vasta piazza al centro della Via Ferdinanda, dove costruire anche la nuova chiesa della città. Tra il 1599 ed il 1602, la chiesa, elevata solo in seguito al rango di Cattedrale, fu completata sotto la guida di Antonio Cantagallina e di Alessandro Pieroni.3 Allo stesso tempo fu deciso di innalzare attorno alla piazza una serie di portici, il cui disegno è attribuito, non senza incertezza, al medesimo Pieroni: i portici, caratterizzati da una pianta a “L”, furono completati intorno al 1601, quando furono posti in opera i marmi delle logge. Di pari passo continuò la costruzione di case lungo la Via Ferdinanda, le cui facciate furono decorate con graffiti e affreschi volti non solo ad impreziosire il semplice disegno degli esterni, ma anche ad esaltare il potere ed il prestigio del governo granducale attraverso la raffigurazione delle attività dei Cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano e delle cerimonie pubbliche fiorentine.4 Nei primi anni del Settecento, con la costruzione del Palazzo del Picchetto presso la Porta a Pisa e il sostanziale completamento della Piazza d’Armi (attuale Piazza Grande) con l’interramento del cosiddetto “Porticciolo dei Genovesi” per far posto all’edificio denominato Tre Palazzi, l’assetto della Via Ferdinanda, da est ad ovest, poteva dirsi sostanzialmente concluso.
Un secolo più tardi, la formazione dei nuovi sobborghi esterni al Fosso Reale, l’ampliamento dell’area soggetta a porto franco con la realizzazione di una nuova cinta muraria e la conseguente demolizione delle fortificazioni medicee determinarono un sostanziale cambiamento dell’assetto urbanistico della città. Nella prima metà dell’Ottocento, l’abbattimento della Porta Colonnella e della Porta a Pisa permise di collegare direttamente il Pentagono del Buontalenti alle aree un tempo poste all’esterno della cerchia muraria. Particolarmente significative furono le trasformazioni apportate all’estremità orientale della Via Ferdinanda, dove il raccordo tra la città medicea e i sobborghi si concretizzò nella copertura del fosso circondario con una vasta piazza ai margini della quale furono erette le statue dei granduchi lorenesi (oggi Piazza della Repubblica); invece, nel lotto compreso tra la strada e la nuova piazza, Pasquale Poccianti edificò una monumentale cisterna neoclassica a completamento dell’acquedotto di Colognole.5
A questo periodo risale una minuziosa descrizione pubblicata da Pietro Volpi nella sua Guida del forestiere per la città e dintorni di Livorno (1846): “Uscito di chiesa [il Duomo] il forestiero si porterà a sinistra nella Via Ferdinanda ove osserverà una grande frequenza propria di una città commerciale, poiché ivi molti commercianti e capitani di mare vi fissano i loro convegni; in questa spaziosa strada ornata di belli fabbricati, vi sono riuniti eleganti e ricchi magazzini e botteghe fornite di ogni genere di manifatture estere, di stoffe, di chincaglieri, porcellane, terraglie, lavori di mano e di alabastro, cappelli di paglia, librerie, magazzini di vestiario, e tutto ciò che può soddisfare al bisogno ed al lusso, per cui il passeggere trova ivi riunito tutto ciò che di bello, di buono e di elegante si fabbrica in ogni parte dell’universo. Ivi sono buoni alberghi, trattorie, botteghe di caffè e sale di biliardo”.6










Procedendo verso il porto, la guida di Pietro Volpi si sofferma su numerosi edifici, tra i quali meritano di essere ricordati il palazzo della famiglia fiorentina Corsini, ornato in marmo di Carrara, il Palazzo Micali e soprattutto il Palazzo Balbiani, ubicato presso Piazza Colonnella e ornato con i busti dei granduchi medicei (oggi nel parco di Villa Fabbricotti); sul lato orientale della strada, superata la postazione militare della Gran Guardia e procedendo verso la Piazza dei Granduchi, si trovavano il Palazzo Parenti, la cinquecentesca chiesa della Misericordia e l’annesso ospedale delle donne, il Picchetto e quindi il Cisternino del Poccianti.


Con l’Unità d’Italia, la strada e la piazza dinnanzi al Duomo furono intitolate a Vittorio Emanuele II e l’ultima trasformazione edilizia di rilievo prima della fine del secolo si registra con la costruzione di una nuova facciata per la chiesa della Misericordia, che nel 1871 fu dotata di un prospetto vagamente ispirato a quello della rinascimentale basilica di Sant’Andrea a Mantova, con quattro colonne d’ordine tuscanico sormontate da un arco a tutto sesto e da un frontone. Quindi, nel 1892, nella Piazza Vittorio Emanuele fu posta la statua bronzea del medesimo sovrano, opera di Augusto Rivalta, mentre nel 1897 furono migliorati i collegamenti tra il centro cittadino e i sobborghi meridionali con l’inaugurazione della linea tranviaria che, partendo da San Marco e passando proprio per Via Vittorio Emanuele, raggiungeva i sobborghi di Ardenza e Antignano. Di lì a poco, l’avvento dell’industria cinematografica coincise con la costruzione di alcune sale di proiezione; nel 1921 venne aperto al pubblico il Cinema-Teatro Moderno, mentre nel 1923, utilizzando l’area sul retro del Caffè della Posta, tra Via Vittorio Emanuele e Piazza Guerrazzi, fu inaugurato il Cinema-Teatro Lazzeri.
Una trasformazione radicale della strada fu proposta durante gli ultimi anni della dittatura fascista: nel 1938 Marcello Piacentini presentò un primo studio per il rinnovamento del centro cittadino, al quale fece seguito, pochi anni dopo, una seconda versione: il progetto definitivo prevedeva la realizzazione di portici lungo la Via Grande e, rielaborando una proposta formulata nel 1930 dall’ingegner Cipriani e dall’architetto Machin, la riduzione della Piazza Vittorio Emanuele per mezzo di un palazzo disposto a chiusura del lato settentrionale.



I bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale impedirono il concretizzarsi di questi progetti, ma causarono la distruzione del centro e quindi della maggior parte degli edifici posti lungo la strada. Il piano di ricostruzione ereditò alcune indicazioni formulate prima della guerra da Piacentini; tramontata l’ipotesi dell’architetto Petrucci di trasferire la cattedrale sul lato opposto di piazza e di allargare la Via Grande, fu approvato un nuovo progetto studiato da Carlo Roccatelli, che promosse la costruzione di portici su entrambi i lati della strada. A questo atto fece seguito, nel 1947, un concorso bandito dall’Amministrazione per la sistemazione della Piazza e della Via Grande che, malgrado non giunse alla proclamazione di un vincitore assoluto, contribuì alla definizione delle linee guida per la ricostruzione di questa parte di città. In tale contesto, sotto la spinta di forti pressioni legate alla possibilità di perdere i finanziamenti promessi dalla Società Generale Immobiliare di Roma per la ricostruzione del centro, si inserisce anche la costruzione del cosiddetto “Nobile interrompimento”, uno sproporzionato palazzo che andò ad occupare il centro di Piazza Grande limitandone la configurazione spaziale; il progetto fu redatto da Luigi Vagnetti, il cui nome a Livorno è legato anche alla nuova sede della Cassa di Risparmi ed inoltre alla realizzazione del cosiddetto lotto Cacialli (lato nord occidentale di Piazza Grande) e di un edificio di Via Piave. Le vicende speculative che interessarono Piazza Grande segnarono la sorte anche degli edifici posti lungo l’antica Via Ferdinanda, dove quasi tutti gli isolati storici sopravvissuti ai bombardamenti, ad eccezione del Cisternino e del Palazzo del Picchetto, furono sostituiti da un’edilizia di scarsa qualità; tuttavia, una maggiore cura dei dettagli si ritrova ad esempio nelle opere del citato Vagnetti e nel blocco dell’isolato Pini, quest’ultimo caratterizzato da ampie finestre a nastro che alleggeriscono la cortina muraria.7



A conclusione di questo articolo non possiamo sottrarci da una breve considerazione sul destino di questa strada, la cui storia più recente è segnata da una profonda decadenza dovuta essenzialmente alla crisi del comparto commerciale e alla chiusura di diverse attività, come l’importante teatro La Gran Guardia (inaugurato nel 1954). Le cause di tale recessione esulano dal contesto di questa ricerca; malgrado ciò, è facile intuire che il futuro di Via Grande sia strettamente legato a quello delle attività commerciali del centro cittadino, di cui la strada è stata, sin dalle origini, il simbolo indiscusso. Pertanto, restituire Via Grande alla sua originaria vocazione attraverso la valorizzazione del patrimonio edilizio, il miglioramento dell’arredo urbano e la realizzazione di uno spazio che non sia solo di transito, ma d’aggregazione, contribuirebbe alla creazione di quel “centro storico” inteso come il luogo nel quale è possibile percepire l’identità più profonda della città; un centro storico del quale oggi si avverte la mancanza e che rischia di trasformarsi in un altro tassello della più degradata periferia.





NOTE

1 D. Matteoni, Livorno, Bari 1985, p. 29.
2 D. Matteoni, cit., pp. 30-31.
3 Per un approfondimento sulla storia della Cattedrale di Livorno si rimanda a Il Duomo di Livorno: storia e architettura, in “Il Pentagono” n. 12, dicembre 2008, pp. 6-8.
4 Tale apparato ornamentale risulta già scomparso verso la metà dell’Ottocento.
5 Sulla costruzione del Cisternino di città si rimanda a Le cisterne dell’acquedotto di Colognole: il Cisternino di città, “Il Pentagono”, n. 9, settembre 2008, pp. 12-14.
6 P. Volpi, Guida del forestiere per la città e dintorni di Livorno, Livorno 1846, pp. 97-102, 152-155, 222-223.
7 Sulla ricostruzione si veda ad esempio: A. Merlo, Italian Ecletic. Il Palazzo Grande di Livorno, Pisa 2008; F. Cagianelli, D. Matteoni, Livorno la costruzione di un’immagine. Tradizione e modernità nel Novecento, Cinisello Balsamo, 2003; L. Bortolotti, Livorno dal 1748 al 1958, Firenze 1970.



Back to Top stefanoceccarini@libero.it art.n°-14