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La Livorno delle Nazioni (parte I e II)

S. Ceccarini
Posted on 02/11/2012 10:41:40

La Livorno delle Nazioni (parte prima) di S.Ceccarini La storia di Livorno, sin dalla fondazione della città medicea, è caratterizzata da una tradizione di accoglienza di molte genti provenienti da Paesi diversi. Le cosiddette “Nazioni” nacquero dall’incontro tra mercanti della più varia origine, anche se tale termine ha incluso, nel tempo, gli appartenenti alle comunità religiose prive di una specifica identità nazionale: ebrei, greci, armeni, levantini, francesi, portoghesi, corsi, olandesi-alemanni, svizzeri, inglesi ed altri, giunsero a Livorno richiamati dalla neutralità del porto e dalle prospettive di sviluppo garantite dall’istituzione del porto franco, lasciando, al momento dell’Unità d’Italia, uno straordinario patrimonio costituito da edifici religiosi, cimiteri, palazzi signorili e ville suburbane. La fine del porto franco, decretata nei primi anni del regno unitario, determinò l’estinguersi della maggior parte di queste comunità, a testimonianza delle quali oggi restano soltanto alcuni consolati, ma soprattutto i beni culturali sfuggiti ai bombardamenti della seconda guerra mondiale e alle distruzioni attuate in epoca fascista e nell’immediato dopoguerra. I primi stranieri a venire a Livorno, ancor prima della costruzione della città pentagonale disegnata dal Buontalenti, furono i greci.1 Erano essenzialmente esperti marinai chiamati dal granduca per prestare servizio sulla flotta dell’Ordine di Santo Stefano. Inizialmente si insediarono presso la chiesa di San Jacopo in Acquaviva, che fu loro concessa per l’esercizio del rito greco-unito in comunione con la Chiesa di Roma. Successivamente innalzarono la chiesa della Santissima Annunziata in Via della Madonna, che per lungo tempo fu frequentata anche dai cristiani di rito orientale che ancora non disponevano di uno specifico luogo di culto. Nel corso del Seicento la chiesa fu dotata di una notevole iconostasi, una struttura lignea, finemente decorata, atta a separare la navata dalla parte riservata alla cerimonia liturgica vera e propria. A testimonianza del prestigio raggiunto dalla nazione greca, all’inizio del Settecento l’edificio fu schermato con una sfarzosa facciata tardobarocca che avrebbe dovuto rivaleggiare con quella della vicina chiesa di San Gregorio Illuminatore. In seguito la comunità decadde, tanto che, all’inizio del Novecento essa era composta da ben poche famiglie.2 I bombardamenti aerei del secondo conflitto mondiale distrussero gran parte della Santissima Annunziata, lasciando in piedi la facciata e alcune porzioni delle strutture perimetrali. Al termine della guerra l’antico luogo di culto fu ricostruito e successivamente fu ceduto all’Arciconfraternita della Purificazione.
La nazione di gran lunga più importante per la crescita della città fu quella ebraica. Le origini dell’insediamento ebraico possono farsi risalire alla fine del Cinquecento, quando il granduca Ferdinando I promulgò una serie di provvedimenti per garantire il popolamento e lo sviluppo economico della nuova città di Livorno. L’invito contenuto nella cosiddetta “Costituzione Livornina” era teoricamente indirizzato a tutti i mercanti di qualsivoglia Nazione, ma in pratica era finalizzato a favorire l’insediamento degli ebrei cacciati dalla Spagna e dal Portogallo tra il 1492 e il 1497. Agli ebrei veniva riconosciuta la libertà di soggiornare e muoversi nelle città di Pisa e Livorno senza esibire alcun segno di identificazione; veniva concessa immunità dalle persecuzioni dell’Inquisizione nei confronti dei marrani (ovvero gli ebrei che erano stati forzatamente battezzati, ma che avevano mantenuto la loro antica fede); potevano osservare, senza limitazioni, i riti della religione ebraica, stampare e scrivere libri ebraici, commerciare liberamente e vivere in edifici analoghi a quelli dei cristiani, purché si servissero di scale diverse.3 Nel 1601 a Livorno abitavano poco più di cento ebrei; nel 1622 erano già 711, salirono a 3116 nel 1721 e all’inizio dell’Ottocento erano quasi 5000.4
La loro principale attività era il commercio, specie con i paesi del Levante e l’Africa del Nord; inoltre si specializzarono nella lavorazione del sapone bianco e del corallo, fondando importanti laboratori. Gli ebrei si concentrarono nelle aree poste alle spalle del Duomo, senza che ciò portasse alla formazione di un ghetto separato dal resto della città; qui, all’inizio del Seicento, eressero una grande Sinagoga in sostituzione di un più modesto edificio situato lungo la Via Ferdinanda. Nel corso dei secoli il tempio fu ampliato e arricchito con marmi preziosi, ornamenti e dorature, tanto da poter rivaleggiare con la magnifica sinagoga di Amsterdam; intorno 1789, grazie al contributo di alcune famiglie, fu aggiunta una nuova tribuna per le donne, mentre nel 1875, su progetto dell’architetto Luigi Bosi, fu eseguita l’armoniosa facciata rivolta verso sud.5 L’edificio, gravemente danneggiato durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu interamente ricostruito secondo un progetto ispirato alle tende che gli ebrei innalzavano nel deserto; all’interno furono collocati gli arredi sacri sottratti alle distruzioni e ai saccheggi. La comunità ebbe inoltre numerosi cimiteri, dei quali restano soltanto i due più recenti, ubicati rispettivamente sul Viale Ippolito Nievo e in località Santo Stefano ai Lupi. Nel primo, realizzato intorno al 1840 e oggi dismesso, si segnala la presenza delle tombe del rabbino Elia Benamozegh, del generale Semama, nonché delle famiglia Attias, Montefiore e Belforte; nel secondo, attualmente in uso, meritevole di attenzione è il mausoleo della famiglia Chayes. Nel contesto del culto cattolico di rito latino, i francesi, i corsi, i portoghesi e, inizialmente, gli olandesi-alemanni, ebbero come punto di riferimento gli altari eretti all’interno della chiesa della Madonna. I francesi, soprattutto provenzali e marsigliesi, giunsero a Livorno alla fine del Cinquecento, specializzandosi nella produzione di sapone. Si integrarono rapidamente con la popolazione locale e nel 1613 edificarono l’altare di San Luigi nella chiesa della Madonna.6 Un ulteriore flusso migratorio dalla Francia si ebbe nell’ultimo scorcio del XVIII secolo, all’epoca della Rivoluzione Francese. La personalità di maggior spicco fu quella dell’imprenditore François Jacques de Larderel (1790-1858), che in Toscana diede il via allo sfruttamento industriale dei soffioni boraciferi di Pomarance, mentre a Livorno costruì un imponente palazzo residenziale, il più vasto e sontuoso della città ottocentesca. La nazione corsa ebbe un proprio console solo nel 1766, ma già nel 1620 quattro membri della stessa comunità avevano richiesto di erigere un altare nella chiesa della Madonna. L’altare, ancor oggi esistente, riprende sostanzialmente la foggia di quello dei francesi, con due colonne, sormontate da un timpano ad arco, che inquadrano una tela raffigurante San Giovanni Evangelista. Sui plinti delle colonne furono impresse le iniziali dei quattro committenti: Carlo Lorenzi, Luzio Mattei, Battista Angeli e Rocco Manfredini.7
L’altare dei portoghesi fu inizialmente eretto per gli affiliati dell’Opera della Madonna del Carmine ed ospitava una statua in legno della Madonna col Bambino sottratta ai saraceni; divenne dei portoghesi dopo il 1728, quando la statua lignea fu trasferita presso l’altare maggiore. Al suo posto fu collocata una statua di Sant’Antonio da Padova che anticamente si trovava nella controfacciata.8
All’affermazione economica dell’emporio livornese nei secoli XVII e XVIII contribuirono anche numerosi mercanti d’origine nordeuropea, che nel 1622 si costituirono in un’associazione di carattere assistenziale denominata Congregazione Olandese-Alemanna. Inizialmente cattolici, possedevano un confessionale e un altare dedicato a Sant’Andrea nella chiesa della Madonna, dove, il 30 settembre di ogni anno, si tenevano le celebrazioni per il santo patrono dei Paesi Bassi. Al di sotto dell’altare venivano sepolti i connazionali, anche di passaggio, come François Duquesnoy, scultore, tra i massimi esponenti del barocco romano e autore della statua di Sant’Andrea nella basilica di San Pietro in Vaticano, che morì a Livorno il 12 luglio 1643.
Cattolici erano pure i primi inglesi, proprietari e comandanti di navi, che, all’inizio del Seicento, troviamo soci dell’Arciconfraternita della Misericordia. Tra questi merita di essere ricordato il nome dell’aristocratico Sir Robert Dudley, che fu direttore dell’Arsenale e che contribuì all’ampliamento del porto mediceo di Livorno.9
Altra presenza significativa fu quella degli armeni, la cui comunità era composta da mercanti dediti al commercio della seta. Essi vestivano alla turca ed erano prevalentemente cattolici di rito armeno; come tali, nel 1660 chiesero alla Sacra Congregazione di Propaganda Fide di poter realizzare una chiesa nazionale.10 Il permesso della Santa Sede giunse solo nel 1701 e la chiesa, progettata da Giovan Battista Foggini, fu inaugurata nel 1714. Così come quella dei Greci-Uniti e quella della Madonna, la chiesa armena di San Gregorio Illuminatore sorse sulla Via della Madonna, una strada che, grazie a tali presenze, divenne un “unicum storico-religioso europeo”.11
Purtroppo l’edificio fu colpito durante i bombardamenti aerei dell’ultima guerra mondiale e i suoi resti, ad eccezione del portico marmoreo che precedeva la facciata, furono definitivamente distrutti negli anni successivi. La nazione armena disponeva anche di un cimitero fuori dalla Porta a Pisa, oggi scomparso, nonché di uno spedale in Via dell’Orto. Un maggiorente della comunità, Gregorio Mirman di Ghirach, fu livellario della tenuta denominata “Il Buffone”, nella zona di Montenero, la quale era composta da un fabbricato padronale e alcune case di contadini; egli fu uno dei primi ad affiancare alla residenza nell’area urbana di Livorno anche un’abitazione nella campagna. Un altro segno tangibile della presenza armena fu lasciato dalla famiglia Sheriman, che nel XVIII secolo entrò in possesso della tenuta di Monterotondo, consistente in un terreno di oltre sei ettari, con villa (oggi nota come Villa Rodocanacchi) e case coloniche.12


La Livorno delle Nazioni (parte seconda)

Vicina alla comunità armena era quella dei siro-maroniti, la quale era formata da mercanti provenienti dall’impero ottomano ed in particolare da Damasco e da Aleppo. Nel Settecento i maroniti contribuirono ad edificare l’altare di San Tommaso d’Aquino nella chiesa di Santa Caterina, chiesa in cui trovarono sepoltura alcuni membri di due tra le più importanti famiglie levantine della città: gli Zalum e i Cubbe. La prima ebbe in Paolo Zalum una delle principali figure di riferimento sul piano culturale, mentre la seconda dette un vescovo alla diocesi di Livorno, monsignor Raffaello De Ghantuz-Cubbe, dal 1834 al 1840. Solo alla fine dell’Ottocento i siro-maroniti presero possesso di una cappella settecentesca sulla Via Mangini, sul cui campanile fu impressa un’iscrizione con chiari riferimenti al Libano; tuttavia la cappella scomparve dopo la seconda guerra mondiale e fu sostituita dalla moderna chiesa del Rosario.13
Un ruolo di primo piano ebbero anche i mercanti provenienti dalla Repubblica di Ragusa, che a Livorno aprirono nuove rotte commerciali con il Nord-America e l’Inghilterra. La famiglia più importante ascrivibile a questa comunità fu quella dei Mimbelli, che, originaria di Orebić, giunse a Livorno nell’Ottocento, legando il proprio nome a diverse proprietà immobiliari, nonché alle vaste tenute agricole che si estendevano ad est della città;14 inoltre i Mimbelli finanziarono il rinnovo della chiesa di San Jacopo in Acquaviva ed eressero una cappella funebre all’interno del cimitero dell’Arciconfraternita della Misericordia.
Dai privilegi concessi dalla “Costituzione Livornina” restarono esclusi, di fatto, gli acattolici, in quanto l’unico culto cristiano riconosciuto lecito era proprio quello cattolico. Inizialmente gli acattolici, essenzialmente costituiti da anglicani e protestanti, furono costretti a professare la loro fede di nascosto e a seppellire i morti di notte, nei campi fuori dalla città e senza alcun segno di riconoscimento. Solo verso la metà del XVII secolo gli inglesi ebbero in uso uno spazio cimiteriale, inizialmente non recintato, all’esterno del bastione del Casone,15 che nel tempo fu utilizzato anche da protestanti di diverse nazionalità (quali francesi, svedesi, statunitensi ecc.): tra le personalità che nel corso di circa due secoli furono sepolte nel cimitero si ricordano, a titolo d’esempio, il ricco mercante Robert Bateman, proprietario di una villa a sud della città, il letterato scozzese Tobias Smollett, il quale trascorse gli ultimi anni della sua vita a Livorno, il cappellano della British Factory Thomas Hall, il parlamentare britannico Francis Horner, nonché l’imprenditore Pietro Senn, che partecipò, assieme al concittadino Agostino Kotzian ed altri, al finanziamento della Ferrovia Leopolda. Agli olandesi-alemanni di fede riformata fu concesso di inumare i propri defunti dapprima in un giardino di proprietà di un certo Lambert Constant e successivamente, verso la fine del Seicento, in un cimitero situato in località Palla al Maglio, lungo la strada per Pisa; per dissimulare il luogo di sepoltura dietro l’apparenza di un giardino, nel nuovo cimitero furono impiantati alberi da frutto, erbe e legumi, così da renderlo simile ad un orto botanico. Questa parvenza, rimarcata soprattutto nei racconti dei viaggiatori stranieri, permise di cingere l’area con una recinzione, causando il malcontento dell’arcivescovo di Pisa, in quanto gli “eretici”, secondo la Chiesa Cattolica, dovevano essere seppelliti in “nudo campo” come i defunti della nazione inglese.16
Per lungo tempo gli acattolici non poterono comunque disporre di un vero e proprio luogo di culto; solo dopo vari tentativi fu accordata al console inglese la possibilità di avere in casa un ecclesiastico anglicano, che nel primo Settecento divenne un punto di riferimento per tutta la comunità protestante di Livorno.Una maggiore apertu ra nei confronti degli acattolici si ebbe dopo la metà del XVIII secolo. Nel 1757, alla vigilia delle grandi riforme promosse durante l’epoca lorenese, i greci-ortodossi ottennero il permesso di costruire la prima struttura ecclesiale acattolica di Livorno e di tutta la Toscana: la chiesa della Santissima Trinità.17 La chiesa, per volere delle autorità, non poteva avere campane o particolari segni di riconoscimento all’esterno. Fu pesantemente restaurata all’inizio del Novecento, ma pochi decenni dopo fu demolita nell’ambito della realizzazione del Palazzo del Governo e dell’antistante piazza delle adunate. Gli ortodossi ebbero anche due cimiteri: il primo, settecentesco, era situato poco oltre il torrente Riseccoli e scomparve all’inizio del Novecento; il secondo, ancora esistente, fu aperto nell’Ottocento lungo la Via Erbosa (attuale Via Mastacchi) e ospita la tomba della poetessa e patriota Angelica Palli Bartolommei. Tra le famiglie più facoltose della comunità si ricordano quelle dei Rodocanacchi e dei Maurogordato, i cui nomi rimandano ancor oggi alle due magnifiche ville di Monterotondo, nonché al maestoso palazzo che Giorgio Maurogordato volle erigere nel 1856 a margine del Fosso Reale.
Ciò che era stato concesso agli scismatici non poteva essere negato ai protestanti; di conseguenza, nel 1761, un anno dopo la consacrazione della chiesa della Santissima Trinità, i riformati ascritti al registro della Congregazione Olandese-Alemanna ricavarono una piccola cappella in una sala ubicata in Via del Consiglio, che in breve si rivelò tuttavia inadatta dal punto di vista igienico e ambientale a contenere un gran numero di fedeli.
Quindi, nel 1762, a seguito del trattato di pace tra l’impero asburgico e quello ottomano, nella zona dei “Mulinacci” sorse il cimitero musulmano, o dei turchi, che rimase attivo per oltre un secolo. Prima di allora si poteva parlare solo degli schiavi musulmani del Bagno dei forzati. Gli schiavi potevano circolare liberamente in città, aprire botteghe o lavorare come facchini e venditori di acqua, nonché esercitare il proprio culto in appositi locali del Bagno; le loro sepolture avvenivano in un campo situato presso l’attuale Piazza XX Settembre.18
La definitiva affermazione dei diritti religiosi, per gli acattolici, si ebbe nel XIX secolo. Nel 1822 la Congregazione Olandese-Alemanna riformò i propri statuti, assumendo una connotazione prettamente religiosa diretta all’esercizio del culto luterano e calvinista a discapito dei caratteri propriamente nazionali. Il primo importante provvedimento sancito dalla Congregazione così riformata fu quello dell’apertura di un nuovo cimitero protestante lungo la Via Erbosa in sostituzione del più antico Giardino degli Olandesi.
Nei medesimi anni gli inglesi poterono realizzare un secondo cimitero non distante dalla Porta San Marco e nel 1844 inaugurarono la chiesa anglicana di San Giorgio (oggi della Misericordia). Al contempo, anche i presbiteriani scozzesi ottennero l’autorizzazione per la costruzione di un tempio nell’area dell’antico cimitero degli inglesi, a patto che all’esterno avesse l’aspetto di un palazzo di civile abitazione per non suscitare il risentimento del clero cattolico.19
Alla metà del XIX secolo restavano comunque ancora irrisolti i problemi legati alla cappella protestante di Via del Consiglio, la quale era ubicata in un contesto fortemente degradato e malsano. Vi era pertanto la necessità di edificare una chiesa che fosse espressione dell’importanza raggiunta dalla Congregazione Olandese-Alemanna nel tessuto socio-economico di Livorno; comunità alla quale appartenevano membri di diverse nazionalità, in particolari tedeschi e svizzeri, che si erano distinti per la fondazione di organismi commerciali, di opere di pubblica utilità, di carattere assistenziale e di beneficenza. La costruzione di una nuova chiesa non era più rinviabile, ma, nonostante ciò, fino ad allora la proposta non aveva trovato il consenso delle autorità civili e religiose. Le resistenze dell’ambiente cattolico e granducale all’apertura di un luogo di culto riformato furono superate con l’Unità di Italia, quando la libertà di esercitare il proprio credo venne riconosciuta come diritto della popolazione e non più come concessione del sovrano. La nuova fase politica favorì il sorgere di numerosi edifici per il culto acattolico in tutte le località della nazione; ad esempio, a Livorno, già nel 1860, i valdesi poterono entrare in trattativa per aprire un tempio dell’area dell’odierna Piazza Manin,20 mentre nel 1861 la Congregazione acquistò a questo scopo un terreno lungo il Fosso Reale e nel 1862 diede incarico all’architetto Dario Giacomelli di innalzarvi una svettante chiesa in stile neogotico.21
Di lì a poco l’abolizione del porto franco, attuata nel 1868, causò una riconversione industriale della città e la crisi di molte attività commerciali; una flessione che in un breve arco di tempo determinò la partenza di numerosi mercanti stranieri e una graduale perdita di visibilità di tutti quei beni legati alle Nazioni che, fino ad allora, avevano fortemente caratterizzato, come in nessun’altra città italiana, l’immagine di Livorno. Una conseguenza diretta fu la progressiva alienazione dei terreni su cui sorgevano numerosi cimiteri storici. Scomparvero tracce importanti anche nella toponomastica: ad esempio, Via della Madonna, che dal 1901 al 1925 fu intitolata al filosofo Giordano Bruno, andò ad identificare l’intero asse stradale originariamente conosciuto come Via degli Armeni, Via dei Greci e, appunto, Via della Madonna in corrispondenza delle rispettive chiese, mentre nel 1923 gli Scali degli Olandesi furono intitolati a Ugo Botti.22
Successivamente, le operazioni urbanistiche attuate durante il Ventennio, i bombardamenti della seconda guerra mondiale e la ricostruzione postbellica cancellarono una parte significativa di questo patrimonio e compromisero gravemente la memoria storica della città cosmopolita. Ad oggi, in una Livorno in perenne ricerca della propria identità storica e di un rilancio turistico che stenta a decollare, l’incredibile abbattimento di Villa Attias, il degrado che da decenni accomuna la maggior parte dei cimiteri delle Nazioni, nonché la decadenza del tempio della Congregazione Olandese-Alemanna, della Villa Maurogordato e del parco di Villa Rodocanacchi, testimoniano tutte le contraddizioni di una città incapace, non solo di sostenere a livello istituzionale iniziative volte alla salvaguardia e valorizzazione del suo passato e delle opere che lo rappresentano, ma anche di riconoscere fino in fondo la propria storia e le sue straordinarie specificità. Son le solite contraddizioni degli uomini.23



NOTE

1 G. Panessa, La Livorno delle Nazioni. I luoghi della preghiera, Livorno 2006,
p. 6.

2 G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di Livorno,
Livorno 1903, p. 220.

3 G. Bedarida, Gli Ebrei a Livorno, Livorno 2006, p. 10.

4 Ibidem, pp. 13-14.

5 Ibidem, pp. 22-26.

6 G. Panessa, op. cit., p. 35.

7 Ibidem, p. 37.

8 Ibidem, p. 39.

9 G. Panessa, O. Vaccari, Livorno, il primato dell’immagine, Pisa 1992, p. 65.

10 Ibidem, p. 70.

11 G. Panessa, op. cit., p. 6.

12 R. Ciorli, L’insediamento urbano della nazione armena a Livorno, in Gli
armeni lungo le strade d’Italia. Atti del Convegno Internazionale (Torino,
Genova, Livorno, 8-11 marzo 1997), Pisa-Roma 1998, pp. 164-167.

13 G. Panessa, op. cit., p. 56.

14 R. Ciorli, Livorno: storia di ville e palazzi, Pisa 1994, pp. 172-173; A.
Volandri, Memorie di un uomo di campagna, Livorno 2011.

15 A conferma dell’origine secentesca del cimitero degli inglesi di Via Verdi,
si vedano le minuziose ricerche d’archivio curate da Matteo Giunti: si rimanda
in proposito al sito mercantilivornesi.wordpress.com.

16 S. Villani, “Cum scandalo catholicorum…”. La presenza a Livorno di
predicatori protestanti inglesi tra il 1644 e il 1670, in “Nuovi Studi
Livornesi”, 7, 1999.

17 G. Panessa, op. cit., p. 57.

18 G. Panessa, M. Del Nista, I “giardini” della Congregazione Olandese-Alemanna.
Memoria e fede nella Livorno delle Nazioni, Livorno 2004, pp. 3-7.

19 G. Panessa, op. cit., pp. 49-51.

20 All’inizio del Novecento i valdesi acquistarono la chiesa dei presbiteriani
scozzesi; gli scozzesi si trasferirono presso il Seamen’s Institute (oggi
scomparso), nei pressi della Darsena Vecchia.

21 Per approfondimenti si rimanda a “Il Pentagono”, n.10, ottobre/novembre 2011.

22 Si veda A. Del Lucchese, Stradario storico della Città e Comune di Livorno,
Livorno 1973.

23 G. Piombanti, op. cit., p. 250.



Stefano Ceccarini




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