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MOSTRA DI CARTOLINE POSTALI STORICHE ALLA CHIESA DEGLI ARMENI DI LIVORNO

G. Panessa
Posted on 27/01/2012 17:58:59






Da Montenero all'Egeo

Itinerario storico-iconorafico ellenico dei luoghi della preghiera



MOSTRA DI CARTOLINE POSTALI STORICHE ALLA CHIESA DEGLI ARMENI DI LIVORNO



La mostra delle cartoline postali storiche si è svolta a Livorno dal 6 all'8 dicembre del 2011 nella sala della chiesa armena a cura del Consolato Onorario della Repubblica
Ellenica di questa città e della FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari) che ringrazio nella persona della nuova Presidente della sezione di Livorno
Margherita Mazzelli. Tale iniziativa, che gode del patrocinio del World Council of Hellenes Abroad (SAE) è stata possibile grazie alla generosa disponibilità di Othon Megalofon appassionato
collezionista attento al dato culturale e a quella della Banca di Credito Cooperativo di Castagneto Carducci che ama definirsi un po' speciale come lo è peraltro questa
pubblicazione che forse è la prima almeno in Italia con lo scopo di mostrare immagini di una Grecia non molto nota ma profondamente radicata nello spirito della nazione
ellenica. II titolo scelto ci riconduce a un cammino ideale a ritroso rispetto a quello che avrebbe compiuto, nella pia tradizione, l'Icona Mariana del santuario di Montenero dal
Negroponte, l'antica Eubea, del mar Egeo verso il colle di Montenero sovrastante Livorno per mano degli angeli.
Una tradizione che ricalca quella della traslazione della santa Casa dalla Dalmazia a Loreto secondo un itinerario che dall'Oriente conduce verso Occidente. A tale proposito
rimando al più articolato mio saggio [Per un'identità condivisa: Santa Maria di Negroponte tra Oriente e Occidente, in "Livorno 1606-1806. Luogo di incontro tra popoli e
culture", Torino 2009, 438-448].
Non sappiamo quando sia nata la tradizione dell'origine greca dell'Icona che è invece di mano toscana: la fonte più antica a nostra disposizione è l'annalista Nicola Magri
che scrivendo alla metà del Seicento afferma di attingere a non meglio precisate memorie esistenti in Montenero nelle quali si leggeva: "Questa divina Immagine della
Madonna Santissima di Montenero ritrovandosi prima in Negroponte in Levante miracolosamente si partì e pervenne in Christianità in questi nostri Lidi..." segue la vicenda
del ritrovamento da parte del pastore che per divino impulso avrebbe condotto l'Icona dal luogo dell'Apparizione dove oggi sorge l'omonima cappella presso il rio Ardenza sul
sovrastante ed impervio colle di Montenero.
Tale tradizione si afferma nella seconda metà del Cinquecento nel contesto della valorizzazione del santuario stesso voluta dal granduca Ferdinando che è anche una
caratteristica degli stati di antico regime nell'intento di ottenere un maggior consenso attraverso la valorizzazione di spazi sacri per il culto. Nella fattispecie appare anche un
aspetto della volontà di promuovere l'immagine di Livorno come città in costruzione e come porto dello stato regionale toscano al cui decollo nell'ambito mediterraneo e di
tramite con l'Oriente l'apposizione dell'immagine della Madonna di Montenero sulle patenti rilasciate alle navi in partenza dall'Ufficio di Sanità sembra in qualche modo
sovrintendere. La Madonna con la sua Icona costituiva per tutti i naviganti un indubbio motivo di richiamo come riconosceva la visita pastorale dell'arcivescovo di Pisa il 23
aprile del 1576 il quale osservava come la chiesa di Santa Maria di Montenero da sempre costituisse la meta di molti naviganti.
Montenero con il suo affaccio sul mare costituiva il primo punto di riferimento di un sicuro approdo per chi risaliva il Tirreno. L'Icona Mariana costituiva il segno visibile di
quella sacralità che era insita nel colle per l'immediato rapporto col trascendente per chi specie dal mare gli volgeva lo sguardo: Il santuario sorto e sviluppatosi a Montenero
grazie alla fiducia nell'intervento celeste, trovava nel pellegrinaggio di ringraziamento la sanzione più immediata della sua funzione in un contesto di storia della pietà nella
Livorno avviata a divenire città, nonché di antropologia religiosa, che identifica il santuario come l'ambito privilegiato di manifestazione del sacro al visitatore in cerca di
trascendente.
Il successo che la tradizione della santa Casa di Loreto portata dagli angeli, favorì nel contesto della vicenda miracolosa questo aspetto della traslazione dalla Grecia. Esso
si inserisce nella tradizione bizantina e si ricollega in origine alla terribile temperie storica dell'iconoclastia.
A una miracolosa traslazione per via marittima di un'icona da una non meglio identificata isola di "Chozova" all'isola egea di Amorgo si deve l'origine del santuario mariano
della Chozoviotissa collocato su uno sperone roccioso di difficilissimo accesso a picco sul mare dal quale approdò dall'Oriente anche l'icona della Liaoutsianissa presso
Kimi in Eubea. Non sappiamo perché l'icona di Montenero si vuole far venire da quest’isola che i veneziani sotto il cui dominio rimase fino al XV secolo chiamavano
Negroponte. Se solo nella seconda metà del Cinquecento si consolida tale tradizione sorge spontaneo il collegamento con la presenza dei greci isolani a Livorno chiamati da Cosimo I
per prestare servizio sulle galere dell'Ordine di Santo Stefano da lui fondato prima della decisiva battaglia di Lepanto per rintuzzare nell'Egeo le incursioni saracene nel
Tirreno. In tale contesto non dovette essere difficile mettere in rapporto il Montenero di Livorno con il corrispettivo ellenico Maurououni in Eubea.
Le "traslazioni di icone" nel periodo precedente questo scontro epocale contribuivano a rafforzare le ragioni della resistenza cristiana al pericolo incombente e nel
contempo favorivano il rafforzamento della dinastia medicea.
Essa aveva dunque una ragione politica in più per sostenere questa versione "ellenica", quella non solo legata alla flotta dell'Ordine con sede a Livorno ma anche il richiamo
neppure tanto indiretto che una vicenda miracolosa del genere poteva avere sulla chiamata di greci in Toscana il cui attaccamento alle avite tradizioni religiose era ben noto
e alle quali i granduchi intendevano comunque venire incontro in tutti i modi, specie a Livorno, dove peraltro i primi edifici della "città nuova" terminate nel 1592, costituirono
quella che fu denominata "via greca".
Questo interessante particolare urbanistico è significativo del ruolo che l'autorità attribuiva all'elemento ellenico nella nuova città dopo alcuni decenni di insediamento. I greci
erano militari alle dipendenze del granduca che riconosceva il rito greco (unito) come "servizio di bordo" sulle galere; a terra invece ebbero la disponibilità di un'antichissima
chiesa, quella di S. Jacopo, ubicata su uno sperone roccioso sulla costa provvisto di una sorgente d'acqua viva e con la facciata rivolta verso il mare
col quale era in stretto rapporto per gli imbarchi transmarini ed era, per i greci, evocativa della loro patria.
La chiesa subì internamente ed esternamente influssi ellenici e vi fu collocata
una preziosa Icona Mariana che nell'Ottocento fu donata al sacerdote G.B. Quilici per il suo interessamento verso le sepolture elleniche del cimitero di S. Giulia. II loro primo
curato fece costruire sulla torre fatta costruire da Cosimo I un piccolo campanile a ventola, una tipologia poco frequente in Italia ma comunissima nelle
chiese delle isole egee.
Anche se generalmente ortodossi i greci di Livorno dovevano riconoscere l'Unione sancita dai concili di Firenze-Ferrara prima della caduta di Costantinopoli ma bisogna riconoscere che specie nelle isole Cicladi da cui prevalentemente erano
originari, fino al Settecento i rapporti tra ortodossi e cattolici erano improntati a collaborazione - il clero ortodosso celebrava nelle chiese cattoliche e nell'isola di Tino gli
ortodossi si confessavano usualmente dai gesuiti.
Ma i greci ambivano ad avere una chiesa nazionale che riuscirono a realizzare autotassandosi e che fu inaugurata il 25 marzo del 1606 e dedicata all'Annunziata qualche
giorno dopo l'elevazione di Livorno al rango di città. Si trattava di una chiesa formalmente unita ma che vide fino al Settecento la presenza di ortodossi nella sua
amministrazione finché questi, per contrasti coi melchiti, edificarono la chiesa ortodossa della SS. Trinità che finì per essere demolita dopo la guerra. Essa sorgeva vicino al
porto. La chiesa greco-unita invece perdeva il suo rito, con la morte dell'ultimo archimandrita mons. Giuseppe Scialhub.
Si conservava il cimitero greco-ortodosso con la cappella della Dormizione attualmente adibita al culto e che ha visto il ritorno di quattro grandi dipinti settecenteschi che
adornavano il soffitto della chiesa della SS. Trinità. Prima di questo cimitero ne sorgeva un altro sempre greco-ortodosso dismesso intorno agli anni '20 del Novecento e nella
cui cappella campeggiava la Madonna di Montenero, come risulta da un inventario della confraternita dei greci ortodossi il cui archivio è conservato presso l'Archivio di Stato
di Livorno. Certamente la frequentazioni di navi greche a Livorno e l'uso di salutare il santuario da parte dei comandanti e la fama di dispensatrice di grazie alla gente di mare
come si evince dagli ex-voto lasciati dai fedeli di Maria hanno contribuito a diffondere la fama di questo santuario tra i greci specie nelle isole in cui il culto mariano fa
dell'Egeo il mare della Madonna, come il monte Athos il Suo giardino, segno di unità tra cattolici e ortodossi e il cui patrimonio di fede testimoniato dal numero e dalla
rilevanza dei luoghi di culto è veramente immenso. Mi piace concludere con un omaggio in versi a Maria di un giovane e valente poeta labronico nonché innamorato di tutto
ciò che la cultura greca ha creato nei secoli. G. PANESSA

 





Sermone alla Donna nostra; da Egeo a Montenero



V'è storia, e in copia, allo porto di Labro;

sì. Se ignoranza stermina e millanta,

di glauco sfumature od in cinabro,



Tra suggestivi nomi e appellativi

là la figura Tua si fe' marina.

solcando i flutti ai porti dipartivi:

Livorno ave' Tua icona bizantina.



E per i marinai a questi lidi

che camminiamo fosti trasportata

a Montenero qui riconsacrata.



Ad umili persone tu sorridi:

per più coscienza e fitta d'ignoranza,

assurgi, o giovin porto di speranza.



Lorenzo Taccini



 



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