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Speciale Venezia: Palazzo Franceschi, Palazzo Bartolommei

 

palazzo franceschi (ex-casa del milanesi)

 palazzo bartolommei (scali del pesce) dopo il rialzo

La decisione di edificare un nuovo quartiere a nord del Pentagono del Buontalenti, nelle aree a ridosso del Canale dei Navicelli, risale al 1629.1 Il progetto, ideato dall’architetto Giovan Battista Santi, consisteva essenzialmente in un’isola di forma trapezoidale destinata ad accogliere una zona commerciale, provvista di magazzini e abitazioni, collegata direttamente al porto grazie alla presenza di alcuni canali. La necessità di eseguire fondazioni sull’acqua, la partecipazione al cantiere di maestranze provenienti direttamente da Venezia e l’aspetto peculiare assunto dal nuovo insediamento, conferirono all’abitato il toponimo di Venezia Nuova. Una seconda espansione del sito si registra verso la fine del medesimo secolo, quando, con il potenziamento delle fortificazioni settentrionali, fu possibile ricavare nuove aree edificabili dallo smantellamento di parte della Fortezza Nuova.

Per volontà del governatore Marco Alessandro Dal Borro, nel 1682 fu iniziata la costruzione del Forte San Pietro, a cui fece seguito, intorno al 1688, quella del Rivellino di San Marco; questo processo di espansione della cinta fortificata si concluse dopo il 1695, quando fu ordinata la riduzione della Fortezza Nuova ad un unico baluardo. Già nel 1696 cominciarono le operazioni per la realizzazione delle prime strade nelle aree ottenute dalla demolizione delle cortine murarie. Il nuovo accrescimento assunse la forma di un’isola circondata dai canali ricavati dagli antichi fossi militari; all’interno furono indicati inizialmente dodici lotti, un numero che in seguito fu però soggetto a variazioni in relazione alle domande di acquisto.

Salvo alcune eccezioni, il progetto non interveniva sulla destinazione d’uso dei singoli appezzamenti, tanto che la formazione del quartiere non avvenne con caratteri omogenei, né per qualità architettonica, né per l’utilizzazione del suolo. La vendita dei terreni cominciò nel 1696, al prezzo di lire 2,10 per braccio quadrato, una valutazione inferiore a quella di altre zone della città. Francesco Vincenti, che con il fratello Gasparre aveva acquisto due lotti, utilizzò parte della sua proprietà per erigere un monastero (attuale Palazzo di Giustizia), di fronte al quale sorse la nuova Pescheria; invece, lungo la via Borra fu innalzata la sede del Monte Pio, affiancata dall’elegante Palazzo Bicchierai e dalla residenza fatta costruire da Odoardo Brassart per conto di Antonio Huigens.

Al contempo, il mercante fiorentino Domenico Serragli Milanesi manifestò interesse per un vasto appezzamento di terreno ubicato a margine dell’odierna via della Madonna. Nell’estate del 1700 lo stesso Milanesi, che presumibilmente agiva per conto del nobile Filippo Franceschi, dichiarava di aver cominciato “una grandiosa fabbrica nel sito della nuova fortezza demolita, in quale ha speso finora rilevante somma di denaro et attualmente fa fare altra  fabbrica di botteghe  davanti alla   nuova piazza della Pescheria, tutto in abbellimento alla città”.

 

Pertanto, l’operazione intrapresa da Milanesi interessò due lotti adiacenti: in quello posto lungo il canale furono avviati i lavori per un ampio palazzo residenziale, mentre l’area prossima alla Pescheria fu occupata da botteghe, magazzini e abitazioni di quattro o cinque stanze. Nel 1703 la proprietà dei due isolati passò a Filippo Franceschi e al figlio Pier Antonio, ma la costruzione della dimora continuò per altri due decenni; nel 1723 il Palazzo Franceschi, composto da vari appartamenti, magazzini, sotterranei e cantine sui fossi, poteva considerarsi ormai prossimo alla conclusione.

Ad oggi è possibile desumerne l’aspetto originario grazie ad una veduta del “Fosso detto il Porticciolo”, facente parte di una serie di incisioni prodotte da Giuseppe Maria Terreni tra il 1781 ed il 1783. In essa il palazzo mostra un corpo di fabbrica su cinque livelli, al quale si affiancano simmetricamente due ali laterali disposte su quattro piani e destinate a magazzini ed uffici. 

Le aperture del primo piano risultano incorniciate con pietre a forma di punta di diamante, secondo un motivo riconducibile all’architettura rinascimentale,  mentre l’ingresso principale è segnato dalla presenza di due colonne tuscaniche in marmo che sostengono il balcone del primo piano; la superficie dell’ultimo piano appare trattata con una serie lesene disposte a margine di piccole finestre quadrate.

Pietro Volpi, nel 1846, ne descrive l’interno lodandone “l’atrio, le scale, ed il cortile contornato di porticati sostenuti da pilastri e colonne d’ordine dorico”.3

Dal 1833, l’immobile, divenuto noto dapprima come Palazzo Brachi 4 ed in seguito come Palazzo Mimbelli 5, ospitò la sede dell’Istituto dei padri di famiglia, una scuola aperta dal professor Giuseppe Doveri per commissione di una società di genitori allo scopo di preparare gli alunni “per le industrie, pel commercio, per le arti, per le università”.6

Per sette anni la scuola fu presieduta dallo stesso Doveri; quindi, gli subentrò il professor Giuliano Ricci fino al 1848, ma alla sua morte l’istituto decadde.

Torniamo alle vicende legate all’urbanizzazione della Venezia Nuova promosse dal governatore Dal Borro. Non distante dal lotto acquistato dal Milanesi, Anton Paolo e Angelo Franceschi divennero proprietari di un vasto terreno delimitato dalla via del Corso (nome col quale, fino al 1870, si indicava una parte di via della Madonna) e dalla via Borra. Qui decisero di far erigere una residenza che testimoniasse il prestigio conseguito dalla famiglia Franceschi nella società livornese dell’epoca: infatti, Angelo Franceschi era preposto della Cattedrale, mentre Anton Paolo era capitano della bocca del porto e compare nella lista dei cittadini insigniti della dignità di gonfalone.

L’edificio, una delle costruzioni più mirabili del nuovo quartiere, presentava una volumetria articolata, con una facciata che si prolungava lungo il canale, concludendosi, sui due lati, in due terrazze belvedere; all’interno, un giardino occupava più della metà dell’area, con un loggiato, sormontato da suggestive gallerie panoramiche, aperto verso di esso. Il fabbricato si sviluppava originariamente su tre livelli: magazzini e stanze, probabilmente adibite ad ufficio, occupavano il primo piano; il livello superiore era suddiviso in due appartamenti, articolati attorno ad un grande salone e comunicanti con le ariose terrazze laterali; l’ultimo piano era adibito alla servitù, mentre la copertura era sormontata da due torrette.

Nella suddetta incisione eseguita dal Terreni l’edificio è mostrato in tutta quella sobria eleganza conferitagli dal ritmo regolare delle numerose aperture incorniciate e dalle colonne tuscaniche poste a lato dell’ingresso principale.

I Franceschi lo abitarono fino al 1718, anno in cui il complesso fu affittato al mercante Fuller e alla sua società.

Tuttavia, la fama del palazzo è legata ai Bartolommei ed in particolare alla poetessa Angelica Palli, moglie di Giovan Paolo Bartolommei, che qui abitò per dieci lustri. Nell’Ottocento il primo piano dell’edificio ospitò pure il Tribunale di Prima Istanza, creato nel 1838 a seguito dell’abolizione del Magistrato Civile e Consolare; “il tribunale –scrive Pietro Volpi- è composto da un presidente, cinque auditori, un regio procuratore, un sostituto, due giudici civili per le cause di piccolo merito, un giudice direttore degli atti criminali, un cancelliere e sette coadiutori per il civile, ed un cancelliere e tre coadiutori per il criminale, oltre diversi aiuti, copisti, archivisti, uscieri e custodi”.7

Disponeva di ampie stanze per le cancellerie e di una grandiosa sala d’udienza criminale alla quale si accedeva attraverso un atrio porticato d’ordine dorico chiuso da cristalli. In seguito il tribunale fu trasferito nell’attuale sede ed il Palazzo Bartolommei fu destinato agli uffici della Regia Intendenza di Finanza, dell’amministrazione del registro e del demanio, degli atti civili e delle successioni, degli atti giudiziari, del bollo straordinario, delle ipoteche, delle imposte dirette e del catasto.8

Le successive testimonianze fotografiche mostrano il Palazzo Bartolommei ormai privo delle terrazze laterali e rialzato di un ulteriore piano; la facciata, ancor più severa, è preceduta da quattro colonne tuscaniche che sostengono un esteso balcone.9   Una seconda fotografia,  databile agli anni antecedenti il secondo conflitto mondiale, raffigura invece il vicino Palazzo Franceschi sostanzialmente simile alle condizioni originarie: sulla facciata compare la scritta “Sindacati Fascisti”, che ne attesta la nuova destinazione d’uso. La storia più recente di questi due edifici è segnata da un analogo epilogo.

Durante la seconda guerra mondiale i due palazzi furono inesorabilmente colpiti da alcune bombe e gravemente danneggiati.

Nel 1960, il Palazzo Franceschi, immortalato nella celebre pellicola “Tutti a casa” di Luigi Comencini, era ormai ridotto ad un inquietante cratere dal quale emergevano solo i resti dei locali situati sotto il livello della strada.

La ricostruzione postbellica non fu clemente e queste due importanti architetture furono sostituite con della mera edilizia: due massicce strutture condominiali, purtroppo non uniche nel panorama cittadino dell’epoca, sorsero così lungo i canali della Venezia, alterando brutalmente il delicato rapporto tra il quartiere e le sue vie d’acqua.

 

Note

1 D. Matteoni, Livorno, Roma-Bari 1985, p. 58.

2 Supplica di Domenico Serragli Milanesi al Granduca, 20 agosto 1700, Archivio di Stato di Firenze, Mediceo, 2285.

3 P. Volpi, Guida del Forestiere per la città e contorni di Livorno, utile ancora al livornese che brama di essere istruito dei particolari della sua patria, Livorno 1846, p. 172.

4 Ibidem, pp. 172-173. Scrive il Volpi: “[…] ritornando verso il ponte [di San Nepomuceno], e traversandolo, osserverà a destra il vasto Palazzo Brachi, detto delle colonne di marmo”. Tuttavia, esso non va confuso con il vicino Palazzo Bicchierai, ubicato sulla via Borra e noto appunto come “Palazzo delle Colonne di marmo”.

5 G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di Livorno, Livorno 1903, p. 256.

6 Idem.

7 P. Volpi, Guida del Forestiere, cit., p. 174.

8 G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di Livorno, cit, p. 117.

9 Il Volpi, ancora nel 1846, attesta invece la presenza di due sole colonne in pietra serena. Si veda P. Volpi, Guida del Forestiere, cit., p. 173.

Bibliografia

* R. Ciorli, Livorno. Storia di ville e di palazzi, Ospedaletto (Pisa) 1994.

* D. Matteoni, Livorno, Roma-Bari 1985.

* D. Matteoni, F. Cagianelli, Livorno, la costruzione di un'immagine. I palazzi di città, Cinisello Balsamo, 1999.

* G. Piombanti, Guida storica ed artistica della città e dei dintorni di Livorno, Livorno 1903.

* P. Volpi, Guida del Forestiere per la città e contorni di Livorno, utile ancora al livornese che brama di essere istruito dei particolari della sua patria, Livorno 1846.

 
 
 


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