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Giovanni Michelucci - Il Grattacielo di Piazza Roma a Livorno

 

 Intorno agli anni Cinquanta del Novecento, una commissione tecnica fu incaricata di redigere il nuovo Piano Regolatore di Livorno. Malgrado alcune previsioni innovative per l’epoca, come il decentramento dei servizi sociali ed il potenziamento della rete viaria al fine di migliorare la circolazione stradale, esso restò legato agli indici fissati dal piano di ricostruzione adottato al termine della seconda guerra mondiale, che stabilivano solo alcuni rapporti tra altezze degli edifici e larghezza delle strade, consentendo quindi densità di popolazione molto elevate. 1 Tali coefficienti furono imposti dall’Amministrazione su pressione dei costruttori e col benestare dei consiglieri comunali di minoranza, 2 nonostante il parere contrario di alcuni tecnici, tra cui il valente architetto Edoardo Detti, che sin dal 1952 era entrato a far parte della commissione per il Piano Regolatore. In questo clima di forti tensioni, perlopiù ignorate dall’opinione pubblica di quegli anni, il Ministero del Tesoro diede incarico a Giovanni Michelucci (1891-1990) di progettare un vasto complesso residenziale avente un volume di 100.000 metri cubi distribuiti su un lotto di piccole dimensioni, tanto da far risultare un indice di ben 60 metri cubi per metro quadrato di superficie.
All’epoca Michelucci era ormai un architetto affermato. Nato a Pistoia da una famiglia proprietaria di un'officina artigianale per la lavorazione del ferro, già nel 1933, in qualità di coordinatore del “Gruppo toscano”, si era imposto agli occhi della critica ottenendo il primo premio nel concorso per la stazione fiorentina di Santa Maria Novella con un’opera capace di coniugare le esigenze funzionali ad un contesto urbanistico di grande rilevanza storica ed artistica. Gli anni che fecero da sfondo alla realizzazione del grattacielo di Livorno coincisero con un periodo di intensa attività per l’architetto, impegnato nella concezione di spazi percorribili   (pensati come vere e proprie strade e piazze all’interno dei corpi edilizi), nel rifiuto degli schemi prestabiliti e nella ricerca di un nuovo rapporto tra antico e moderno, mediante l’uso della pietra e del mattone col cemento armato, l’acciaio ed altri materiali da costruzione. In particolare, tra il 1950 e la seconda metà degli anni Sessanta, Michelacci si dedicò con passione alla progettazione di numerosi edifici e complessi urbanistici, tra i quali è doveroso ricordare la Sede centrale della Cassa di Risparmio di Firenze (1954-1957), il quartiere ENEL di Sasso Pisano (1956-1958), la chiesa del Villaggio Belvedere a Pistoia (1959-1961), la celebre chiesa dell’Autostrada del Sole a Campi Bisenzio (1960-1964), l’Osteria del Gambero Rosso di Collodi (1961-1963) ed infine la  Sede della Direzione provinciale delle Poste e Telegrafi di Firenze (ultimata nel 1967). Le vicende legate alla costruzione del grattacielo abbracciano idealmente tutto questo decennio, tanto è vero che il progetto della torre fu approvato dal Consiglio Comunale il 13 febbraio 1956; nel dicembre del 1957 ottenne il nullaosta da parte del Ministero dei Lavori Pubblici ed i lavori, avviati nei mesi seguenti, furono ultimati nel 1966. In ogni caso, l’interesse di Michelucci per le strutture a sviluppo verticale può farsi risalire ad alcuni anni prima e precisamente al termine della seconda guerra mondiale, quando, dallo studio delle distrutte case-torri di Firenze, l’architetto aveva formulato, senza successo, alcune ipotesi per la ricostruzione degli edifici posti lungo Ponte Vecchio. Le suggestioni di quella esperienza erano confluite, nel 1948, in un palazzo composto da sette piani fuori terra innalzato a Lido D’Albaro, presso Genova.
A questa realizzazione aveva fatto seguito, nel 1952, la progettazione di un centro residenziale a Sanremo, costituito da due torri collegate tra
loro    mediante  una serie di  passerelle  coperte;  tuttavia,  a causa di alcuni contrasti sorti con la commissione giudicatrice, Michelucci aveva rinunciato a proseguire gli studi. Pertanto, il felice esito dell’impresa livornese diede finalmente all’architetto l’opportunità di cimentarsi nel tema, a lui particolarmente caro, della casa-torre.
Il percorso progettuale intrapreso da Michelucci per il Grattacielo di Piazza Matteotti è attestato da una serie di disegni nei quali si delinea gradualmente l’idea di una piastra di base, ricavata occupando l’intera superficie del lotto, sulla quale viene eretta la torre vera e propria, fortemente articolata per mezzo di balconi, aggetti e finestre sporgenti. 3
Il progetto definitivo mantiene intatte queste caratteristiche, ma il corpo della torre, inizialmente pensato con proporzioni più slanciate, risulta sensibilmente irrobustito. Nella piastra di base, alta sei piani, sono ospitati i negozi e gli uffici, mentre i venti piani del corpo verticale sono destinati agli alloggi, otto per piano e differenziati tra loro per numero di stanze.
Lo stesso basamento, di forma poligonale, contribuisce a delimitare rigorosamente il lato occidentale della piazza, formando, a livello del piano stradale, una cortina muraria continua su tre lati, con i due fronti di Via Montebello e Borgo Cappuccini che convergono sul lato diagonale rivolto verso Piazza Matteotti.
Tali fronti sono caratterizzati, ai primi due piani, da un rivestimento in marmo, mentre i quattro piani superiori, lievemente aggettanti rispetto ai sottostanti, esibiscono ampie aperture vetrate delimitate inferiormente da un paramento in laterizio. Inoltre, una galleria mette in comunicazione i lati di Via Montebello e Borgo Cappuccini, permettendo all’osservatore di cogliere la complessa tridimensionalità dell’intera opera.   Invece,
la torre presenta un  andamento assai frastagliato, con i prospetti principali allineati a quelli della piastra di base; essa è formata da quattro blocchi verticali di uguale altezza, ai quali si affianca un corpo più basso, alto nove piani, lungo Borgo Cappuccini. I diversi fronti, tutti rivestiti in laterizio, si contraddistinguono per l’alternanza di aggetti finestrati e balconi, in cui emerge la fitta trama degli elementi portanti in cemento armato. Infatti, la struttura è costituita da un telaio in cemento armato che consente al grattacielo, tra i più alti edifici italiani realizzati secondo questa tecnica costruttiva, di innalzarsi per circa 90 metri. Eppure, quella che oggi appare come una tra le opere più interessanti dell’architetto pistoiese non suscitò particolare interesse da parte della critica dell’epoca. In questo singolare silenzio, al quale faceva da contrappunto il grande clamore sollevato dalla coeva Torre Velasca di Milano, restano impressi solo i giudizi di Lando Bortolotti, secondo il quale a Michelucci va “il merito di aver introdotto a Livorno alcuni recenti motivi lessicali dell’architettura moderna: la libertà quasi informale delle facciate, la definitiva rottura dell’equilibrio legato sia pure indirettamente alla simmetria”. 4 Solo più recentemente la critica ha sottolineato l’indubbia originalità dell’edificio livornese, che con la sua massa articolata rifiuta una visione statica e unidirezionale, 5 opponendosi alla purezza formale e alle rigidezza dei grattacieli progettati in seno all’International Style. 6

Note
1 L. Bortolotti, Livorno dal 1748 al 1958, Firenze 1977 (ristampa), pp. 378-379.
2 Ibidem, p. 379.
3 G. Michelucci, Un viaggio lungo un secolo. Disegni di architettura, a cura di M. Dezzi Bardeschi, Firenze 1988, pp. 133-135, 293-294.
4 L. Bortolotti, Livorno dal 1746 al 1958, cit., pp. 380.
5 M. Rebecchini, Architetti italiani 1930-1960, Roma 1990, p. 105.
6 A. Belluzzi, C. Conforti, Michelucci Giovanni. Catalogo delle opere, 1986, p. 133.
Bibliografia
* A. Belluzzi, C. Conforti, Michelucci Giovanni. Catalogo delle opere, 1986.
* L. Bortolotti, Livorno dal 1748 al 1958, Firenze 1977 (ristampa).
* F. Cagianelli, D. Matteoni, Livorno, la costruzione di un'immagine. Tradizione e modernità nel Novecento, Cinisello Balsamo 2003.
* G. Michelucci, Un viaggio lungo un secolo. Disegni di architettura, a cura di M. Dezzi Bardeschi, Firenze 1988.
* S. Polano, Guida all'architettura italiana del Novecento, Milano 1991.
* M. Rebecchini, Architetti italiani 1930-1960, Roma 1990.


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